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SCIENZAinATTO/ Domanda, Congettura, Scoperta. L’avventura dell’indagine nelle Scienze Sperimentali

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Il Satellite Planck dell'Agenzia Spaziale Europea, lanciato nello spazio il 14 maggio 2009.  Il Satellite Planck dell'Agenzia Spaziale Europea, lanciato nello spazio il 14 maggio 2009.

La logica dell’indagine scientifica è spesso presentata come uno schema che fa perdere la complessità del metodo. Una semplificazione che censura la sua peculiarità di atto conoscitivo, per natura frutto di una ragione sintetica, non esclusivamente analitica e procedurale. Riflettendo sulla sua esperienza professionale di ricercatore, che si sviluppa nell’ambito dell’astrofisica, l’autore vi sorprende implicazioni o analogie di metodo con l'esperienza dell’insegnamento e dell'apprendimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

La ricerca scientifica si configura, sul piano del metodo, come un’indagine «avventurosa»; è un avanzare verso qualche tipo di verità che ci interessa attraverso indizi, valorizzando tutto ciò che la realtà suggerisce a proposito di quella verità.
Se questo è vero, evidentemente la scienza sperimentale non è descrivibile come un procedimento meccanico, univoco, predeterminato, di cui si conoscono a priori gli stadi di sviluppo, le conseguenze, le risposte o i percorsi.
[A sinistra: Il Satellite Planck dell'Agenzia Spaziale Europea, per lo studio dell'Universo primordiale]
Si tratta piuttosto di una specie di «arte dell'indizio», proprio come quando il detective segue la pista del colpevole. Implica una creatività e una posizione della ragione che sia aperta a tutti i fattori in gioco, e sappia trarre vantaggio da tutto ciò che le è dato di conoscere e intuire. La genialità sta nel riuscire, partendo dagli indizi, normalmente pochi e quindi preziosi, a ricostruire una storia.
Ma questa indagine è anche un'avventura. È sorprendente la stretta analogia che si può tracciare tra i connotati di un'avventura, nel senso più comune del termine, e quelli di un progetto scientifico. In entrambi i casi si tratta di un'impresa in cui ciò che si conosce abbastanza bene è il punto di partenza. Ci sono un tempo, un luogo e delle condizioni da cui un progetto scientifico parte: si parte da ciò che altri prima di noi hanno potuto chiarire a riguardo dell'indagine che si vuol compiere e della meta che si vuole raggiungere; c’è una domanda di partenza che va oltre il perimetro di ciò che è già noto e un'ipotesi di dove si vuole arrivare.
Come in ogni avventura, non si conosce bene il percorso, tutt'al più ci sono intuizioni frammentarie di alcuni possibili passaggi del tragitto. Non si è affatto sicuri di raggiungere la meta, ed è anche possibile che se ne raggiunga una diversa da quella prefissata; nell'indagine sperimentale è quasi sempre così.
La vicenda di Cristoforo Colombo mi pare paradigmatica di questa situazione perché unisce i due termini dell'analogia. Fu un'avventura in senso stretto e fu anche una grande scoperta geografica: partendo dalla convinzione che navigando verso occidente era possibile raggiungere le Indie, il risultato fu diverso, e ben più importante, di quello supposto all'inizio.

 

 

 

L'avventuriero

 

 

Se l'indagine scientifica è un'avventura qual è il soggetto di tale avventura, chi è l'avventuriero? Cosa provoca il desiderio di intraprendere la sfida? Qual è il suo scopo? Credo non sia inutile porsi domande così elementari perché, proprio in relazione al modo con cui si percepiscono queste domande, si determinano grandi conseguenze, sia di impostazione che di metodo, in quanto tali domande fondano il giudizio sul valore della scienza e della ricerca scientifica.
[A destra: Cristoforo Colombo (1451-1506)]
Il soggetto è evidentemente la ragione di un uomo. Ma non è sufficiente: il soggetto è la ragione umana in quanto è messa in moto dalla presenza della realtà fisica. «Le capacità che sono in noi non solo non si sono fatte da sé, ma anche non si traducono in atto da sole: sono come una macchina che oltre ad essere stata costruita da altri ha bisogno anche di un altro che la metta in marcia, che la faccia funzionare. Ogni capacità umana, in una parola, deve essere provocata, sollecitata per mettersi in azione.»(1) Questo è il soggetto dell'avventura scientifica, il rapporto tra la ragione umana e una realtà oggettiva, data, percepita come altro da sé, che mette in moto la ragione.
La concezione di ragione dominante nella mentalità odierna afferma, o sottintende, che la ragione altro non è che la capacità di misurare, di dimostrare in senso logico deduttivo e di stabilire rapporti quantitativi tra cose e concetti. La scienza poi viene identificata con il prodotto di una ragione così intesa, e viene esaltata come l’unico ambito conoscitivo affidabile a disposizione dell’uomo. Ma, dall'interno dell'esperienza scientifica, questa concezione di ragione appare fondamentalmente inadeguata.
Anzitutto, se l'indagine scientifica è in gran parte arte dell'indizio, o avventura dell'intuizione, appare chiaro che è necessario ampliare il concetto di ragione. Inoltre, poiché ciò che fa nascere una domanda verso la realtà fisica non è qualcosa di misurabile, un’accezione riduttiva di ragione esclude l'origine da cui l'impresa scientifica continuamente procede.
Solo una concezione che riconosca alla ragione la capacità di stupore è in grado di spiegare la grande energia che l'uomo investe nella sua curiosità e che lo porta a stimare, desiderare di conoscere e interrogare la realtà anche secondo quell'aspetto particolare che è la dimensione quantificabile dell'ordine insito nella realtà stessa.



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