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SCIENZA&STORIA/ Giovanni Virginio Schiaparelli

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Giovanni Virginio Schiaparelli  Giovanni Virginio Schiaparelli

Ricorre quest’anno il centenario della morte del grande astronomo, che fu direttore per quasi quarantant’anni dell’osservatorio milanese di Brera, e la cui fama internazionale fu in gran parte legata alle osservazioni del pianeta Marte. Quasi a ripetere le polemiche che avevano accompagnato le prime osservazioni al cannocchiale di Galileo, quelle di Schiaparelli riproposero il dilemma se quanto intravisto al telescopio era illusione o realtà. Schiaparelli fu meno fortunato di Galileo nell’interpretare ciò che vedeva, ma la vicenda dei «canali» di Marte é un paradigma di quanto il fascino di domande esistenziali quali «siamo soli nell’universo» possa motivare e orientare il lavoro e la passione alla ricerca degli scienziati.

 

 

 

Diventarono presto famose, anche al di fuori della comunità astronomica, le osservazioni del pianeta Marte condotte da Giovanni Virginio Schiaparelli a partire dal 1877. [Immagine a sinistra: Giovanni Virginio Schiaparelli (Savigliano 1835 - Milano 1910)]
Nel romanzo di fantascienza La Guerra dei Mondi del 1898 Herbert George Wells cita l’astronomo Schiaparelli per l’accuratezza della mappatura del pianeta rosso: in essa si notavano strutture, a forma di canale, che, secondo molti e in qualche misura anche secondo Schiaparelli, solo esseri intelligenti potevano aver costruito.
I marziani, quindi, ne deduceva Wells, avevano conoscenze e abilità necessarie per raggiungere la Terra la cui invasione fu descritta nel 1938, in un memorabile scherzo radiofonico, da Orson Welles che al romanzo di Wells si era ispirato. Noto tra gli appassionati di fantascienza, Schiaparelli si era guadagnato una solida fama fra gli astronomi professionisti per avere aperto un nuovo settore di indagine - la planetologia - in un’epoca nella quale si attribuiva all’astronomo il compito di descrivere esattamente solo le orbite dei pianeti in accordo al paradigma newtoniano-laplaciano.
Di Giovanni Virginio Schiaparelli quest’anno ricorre il centenario della morte. Famoso per le sue osservazioni del pianeta Marte, egli fu uno scienziato che diede contributi in vari campi delle scienze astronomiche e fisiche.
Nelle pagine che seguono cercherò di delineare, in maniera sintetica, i contributi da lui dati all’astronomia.

 

 

Marte riscoperto

 

Schiaparelli osservò per la prima volta Marte nella notte del 23 agosto 1877 con il telescopio col quale stava osservando stelle doppie. Marte si presentava in condizioni ideali per l’osservazione essendo all’opposizione. All’epoca le informazioni sul pianeta Marte erano numerose, ma frammentarie e poco diffuse. Di seguito sono brevemente sintetizzate.

 

Tra il 1636 e il 1873 vari osservatori avevano tracciato un migliaio di disegni della superficie del pianeta.
Nel 1867 l’anglo-americano Richard Anthony Proctor (1837-1888) [Immagine a sinistra] aveva raccolto i disegni di Marte disponibili e aveva elaborato una mappa del pianeta.
Nella carta di Proctor [Immagine a destra] erano riprodotte varie strutture interpretate come «continenti» e «mari», ai quali erano stati assegnati nomi di famosi astronomi. Ai poli erano disegnate bianche calotte, interpretate come ghiaccio già da Wilhelm Herschel (1738-1822) alla fine del XVIII secolo.

Nel 1859 il padre gesuita Pietro Angelo Secchi (1818-1878) [Immagine a sinistra], famoso per la prima classificazione delle stelle sulla base del loro spettro, pubblicò 18 disegni di particolari e dei due emisferi di Marte.
Secchi introdusse il termine «canali» per indicare certe strutture regolari allungate.
Nel 1867 William Huggins (1824-1910)
[Immagine a destra], mediante studi spettroscopici, aveva rilevato, infine, la presenza di vapor acqueo nell’atmosfera del pianeta.

 

Il mosaico delle conoscenze disponibili, con l’uso di termini terrestri come «continenti», «mari», «calotte», «canali», sebbene disarticolato, suggeriva complessivamente l’idea che Marte fosse molto simile alla Terra. All’epoca, in mancanza di una tecnica fotografica accettabile, il risultato delle osservazioni di un pianeta veniva reso pubblico mediante disegni di particolari della sua superficie eseguiti a mano: una procedura difficile e faticosa.
Un occhio dell’osservatore era incollato all’oculare del telescopio (Schiaparelli osservava con l’occhio sinistro) e l’altro occhio guidava la mano che disegnava. Il disegno di ciò che si osservava doveva essere fatto in tempi brevissimi perché rapidamente potevano cambiare le condizioni di osservazione a causa della turbolenza dell’atmosfera terrestre o a causa di cambiamenti sulla superficie del pianeta o a causa del movimento relativo della Terra e del pianeta.
Tutto ciò dava luogo a discussioni e a polemiche perché spesso si metteva in dubbio la veridicità di un particolare notato una sola volta e disegnato da un solo osservatore.
Oltre a essere un bravo osservatore Schiaparelli era, comunque, uno scienziato le cui posizioni metodologiche erano chiare, sebbene schematiche, e a volte ingenue: «fatti» e «opinioni» possono essere nettamente demarcati.
Compito dello scienziato è quello di teorizzare, anche in maniera ardita, ma solo sulla base di fatti accertati al di là di ogni ragionevole dubbio. Per questo egli introdusse nello studio e nella descrizione del pianeta Marte una serie di tecniche e di procedure che limitavano al massimo l’arbitrarietà dello scienziato. E, quasi a sottolineare anche visivamente questa sua scelta metodologica, pubblicò quelli che lui considerava «fatti» in scritti rivolti alla comunità scientifica e quelle che considerava «opinioni» in scritti rivolti a un pubblico generico.

 

 

La Planetologia: un nuovo campo di ricerca

 

Intraprendere studi topografici di un pianeta lontano fu per Schiaparelli un atto di coraggio intellettuale.
Per un astronomo, all’epoca, era considerata scientificamente corretta solo la descrizione del movimento dei pianeti del Sistema Solare, dei loro satelliti, delle comete, sotto l’azione gravitazionale reciproca esercitata dal Sole e dagli altri pianeti. Nel contesto delle discipline astronomiche l’indagine fisica della superficie di un pianeta e dei suoi cambiamenti nel tempo era considerata non degna di attenzione.
Il punto di vista newtoniano-laplaciano aveva mostrato, nel corso dell’Ottocento, grandi difficoltà a dar conto dei nuovi fenomeni elettrici e magnetici che si venivano scoprendo. Ma in astronomia era ancora un programma di forte attrazione, rafforzata, tra l’altro, dalla scoperta del pianeta Nettuno. Al programma newtoniano-laplaciano Schiaparelli si era parzialmente ispirato nei primi venti anni della sua attività, acquistando fama internazionale.
Egli però fu il primo osservatore che eseguì osservazioni miranti a studiare la natura fisica dei pianeti del Sistema Solare, seguendo un metodo rigoroso e basandosi, per l’interpretazione dei dati rilevati, sulle Scienze della terra: Geodesia, Geofisica, Meteorologia; un metodo che gli astronomi ortodossi consideravano estraneo alla tradizione di ricerca della loro disciplina.

 

 

L’abitabilità di altri mondi

 

Fece sensazione, nel 1686, la pubblicazione del libro di Bernard le Bovier de Fontenelle Entretiens sur la pluralité des mondes.
Basandosi sulla cosmologia cartesiana dei vortici e sulla enorme quantità di dati osservativi forniti dal telescopio a partire dal Sidereus Nuncius di Galileo Galilei, Fontenelle, copernicano convinto, miscelando scienza e fantascienza, parlava degli abitanti di Giove o di Venere, piuttosto che di quelli di Mercurio o Saturno. Anche la Luna e le comete erano abitate, ma non il Sole e le stelle. [Immagine a sinistra: Bernard le Bovier de Fontenelle (1657-1757)]
Anche Laplace, ispiratore del programma di ricerca che caratterizzò le ricerche astronomiche almeno fino alla metà dell’Ottocento, sosteneva l’esistenza di esseri viventi nell’immenso universo. Altri importanti astronomi come Olbers, Littrow, Gauss accettavano l’esi¬stenza della vita al di fuori della Terra.
In tale contesto le speculazioni di Schiaparelli sulla vita sul pianeta Marte facevano parte dell’orizzonte culturale e scientifico della grande maggioranza degli astronomi dell’Ottocento: metodologicamente egli le fa discendere dal fatto che da Copernico e Galileo in poi la Terra non occupa più una posizione privilegiata nell’Universo.
Per analogia, allora, si deve supporre che astri della stessa specie abbiano le stesse proprietà comuni, tra cui anche quella della vita.



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