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Emmeciquadro n° 67

SCIENZ@SCUOLA/ «Fare scienza» in laboratorio. La dimensione sperimentale nell’insegnamento delle Scienze della Natura

«Fare scienza» in laboratorio: una impostazione di insegnamento/apprendimento che si fonda sulla trasposizione didattica delle azioni caratteristiche della ricerca scientifica.

Il Maestro dei Mesi (1220-1226) - Duomo di FerraraIl Maestro dei Mesi (1220-1226) - Duomo di Ferrara

L’autore sviluppa un percorso secondo parole chiave che possono essere declinate nella didattica dei diversi livelli di scuola: non astratti modelli pedagogico-didattici, ma le azioni tipiche del «fare scienza», presenti nell’esperienza del ricercatore.
Proprio attraverso la trasposizione didattica delle azioni caratteristiche della ricerca scientifica propone una via di insegnamento/apprendimento come esperienza di conoscenza della realtà naturale secondo il metodo e il linguaggio propri della scienza.
In particolare si riconduce il termine «laboratorio» al suo significato originale di «luogo di lavoro» che, nel contesto delle Scienze della Natura, si colloca nell’ambito della dimensione sperimentale.

 

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«Fare scienza» in laboratorio può sembrare uno slogan tra i tanti che oggi circolano nella scuola ma in realtà è una sfida a ogni insegnante di qualunque livello scolare. Perché una sfida?
Perché mette in campo due parole, «scienza» e «laboratorio», su cui si gioca da un lato la complessità dell’insegnamento scientifico, dall’altro la molteplicità degli equivoci, consapevoli o inconsapevoli, con cui tale insegnamento si realizza.

La parola scienza
Alla parola «scienza» è associata la necessità di chiarire cosa si intende per sapere scientifico. Sottolineo in particolare un aspetto.
L’esperienza del fare scienza in quanto esperienza di incontro e conoscenza della realtà naturale nella sua affascinante varietà e molteplicità, è di per sé una esperienza di grande profondità umana: le sue caratteristiche intrinseche di rigore, universalità, oggettività non escludono le caratteristiche personali e soggettive dello scienziato-ricercatore.
Un’autentica educazione scientifica avrà quindi come esito l’approfondirsi del nesso tra l’esperienza scientifica e la totalità dell’esperienza umana dei soggetti in essa coinvolti.

La parola laboratorio
La parola «laboratorio» ha nella sua radice il termine labor – lavoro. Nel dire «lavoro» penso alle botteghe ove si insegnava e si imparava un mestiere o meglio un’arte: che cosa è infatti il lavoro nella nostra tradizione?
È l’incontro dell’uomo con una realtà, anche materiale (un pezzo di legno, di argilla, eccetera), per plasmarla e per manipolarla secondo una tensione, un desiderio di realizzazione che nasce in ultima istanza da una domanda di senso, ora consapevole ora inconsapevole: quella domanda che ogni maestra sa leggere così chiaramente nello sguardo dei bambini.
La sfida allora è che la scuola possa essere «un luogo di lavoro». E la disciplina scientifica possa essere il terreno su cui docente e discente si mettono al lavoro.
C’è però una condizione perché questo possa accadere.

Il maestro
Mi sembra che oggi il problema sia che manca sempre più spesso un «maestro» che sappia ciò di cui si parla; questa necessità viene programmaticamente non solo ignorata, ma censurata, anche se, invece, è la condizione perché la scuola possa essere a misura d’uomo.
Penso, al riguardo, all’impostazione dell’aggiornamento dei docenti, dei corsi della laurea in Scienze della Formazione, o dei libri di testo più diffusi in tutti i livelli scolari dove, attraverso una didattica condizionata dalla deriva di stampo costruttivista, si nega il valore della relazione docente-allievo, coinvolti entrambi in una esperienza di conoscenza. E l’insegnamento delle Scienze della Natura risulta in modo particolare sotto tiro: nelle attuali pratiche scientifiche infatti la sapienza si perde dietro alle informazioni, ai tecnicismi e ai formalismi che costituiscono lo sterile orizzonte in cui l’insegnante di materie scientifiche si trova a operare.
La garanzia che ciò che si fa a scuola abbia un senso più profondo del puro significato dei termini che si usano e delle operazioni che si compiono sta proprio nel maestro che mette in gioco tutto ciò che conosce con una consapevolezza critica continuamente rinnovata e approfondita in ogni gesto, anche quando si muovono i primi passi di un percorso scientifico con bambini dei primi livelli di scuola.
Allora la scelta di percorsi adatti agli alunni in base all’età, al tipo di scuola e alle loro effettive capacità non risulta un’operazione di semplificazione riduttiva e/o di banalizzazione, perché la garanzia è data dalla consapevolezza del maestro: una consapevolezza che riguarda sé in relazione alla disciplina che insegna e alla categorialità dei suoi alunni.
Occorre riaffermare che l’insegnamento delle Scienze della Natura, come ogni insegnamento, si fonda su una relazione docente-allievo che è nella sua essenza esperienza di conoscenza e perciò costitutiva dell’esperienza umana.

 

La dimensione sperimentale

Il termine «laboratorio» va inteso in due accezioni, ampie e pregnanti. In prima istanza è un pezzo di mondo in cui il ricercatore «vede» accadere fenomeni degni di essere indagati e in certi casi lo fa, riproducendoli in una forma semplificata in quello spazio fisico, che si suole chiamare, in una seconda accezione, «laboratorio»; qui il ricercatore al lavoro vive la dimensione sperimentale, sintesi di operazioni teoriche e pratiche.
Questi significati vanno conservati nell’attività scolastica: il prato, il bosco, la volta celeste, oppure un angolo della classe in cui si raccolgono strumenti e materiali vari, fino al cosiddetto «laboratorio didattico» in cui si riproduce il fenomeno o una parte del fenomeno in modo semplificato, per poterne studiare meglio i meccanismi.
[A sinistra: Il Maestro dei Mesi (1220-1226) - Duomo di Ferrara]
Il significato del termine «laboratorio», non deve essere quindi ridotto a una metodologia di natura didattica, separandolo dalla dimensione sperimentale propria delle Scienze della Natura.
Al riguardo non si può non riflettere sul grave equivoco della cosiddetta «didattica laboratoriale» che è diventato il criterio di classificazione di insegnamenti per loro natura molto diversi (la Musica, le Applicazioni tecniche, la Matematica, le Scienze, addirittura la Lingua italiana o la Lingua straniera).
Si assiste infatti a un prevalere delle tecniche didattiche che si impongono in modo addirittura normativo e, da strumenti quali sono, assumono una valenza categoriale: niente di più mistificante! Non solo, ma se parliamo di dimensione sperimentale, essa non va separata o persa negli altri momenti di insegnamento anche quando hanno carattere prevalentemente teorico e si svolgono in classe con lezioni frontali.
In un laboratorio scientifico dunque si svolge una fase dell’insegnamento/apprendimento che si struttura come sintesi di metodo e linguaggio; questi aspetti del sapere scientifico devono essere distinti, ma non separati tra di loro né dai contenuti specifici, pena quell’assolutizzazione di un particolare che riduce il metodo a tecniche applicative e il linguaggio a procedure formalizzate.

 

Il metodo sperimentale

Non si tratta di una successione lineare e meccanica di operazioni intellettuali e di tecniche operative, ma piuttosto di «una strada», fatta di strumenti teorici e di pratiche sperimentali, che permette di rendere esplicito ciò che all’inizio di una indagine è ancora implicito, anche se già intuito, adombrato.