Roma
mercoledì 19 ottobre 2011
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Possiamo, noi cristiani, impedire che questo vuoto passi da una generazione all’altra? Abbiamo detto, di fronte a questo vuoto, che la pienezza della vita è possibile? Che nell’esperienza della comunità cristiana c’è la comunione con Dio? Come ha detto il Papa al popolo cristiano della mia Diocesi, in occasione della sua visita pastorale, “siate cristiani presenti, coerenti, intraprendenti”. Ma questo vuoto, non è forse ancora più profondo proprio perché la nostra presenza cristiana rischia di non desiderare più questo impatto di Dio con il cuore dell’uomo, a cui riproporre ogni giorno il mistero di Cristo redentore?
La lezione che viene dalla giornata di Roma è terribile, per la cultura e per la società del nostro tempo. Per noi cristiani deve diventare un invito a recuperare la nostra identità di fede. Solo da qui potrà nascere la responsabilità di laici maturi disponibili ad impegnarsi in forme nuove di vita, di cultura, di società, di politica, come ha incisivamente proposto il cardinale Angelo Bagnasco. Prima di tutto viene l’evangelizzazione, che è la vita di un popolo nuovo, quel popolo che Paolo VI definì - con una immagine entrata nella storia - “un’entità etnica sui generis”. Se il cuore del mondo e quello dell’uomo dimostrano questa vuotezza così piena di attese ma anche così piena di violenze, occorre che la Chiesa capisca che la sua responsabilità inderogabile è quella di rispondere, di riempire questo vuoto con l’unica Realtà che può rendere vera, bella, gioiosa e giusta la vita.
Ci si domanda se gli sfregi perpetrati ai segni della tradizione cristiana siano l’ultimo, o il penultimo, o il terzultimo avvenimento di rifiuto plateale, concreto, violento del cristianesimo. Se, in altre parole, vedremo di peggio. È vero: abbiamo provato tutti pena nel vedere quel ragazzo incappucciato che calpestava la Madonna. È forse peggio di quanto avvenne il 13 maggio 1981, quando tentarono di mettere a tacere il Papa di fronte alle folle, al mondo e alla storia? Non archiviamo troppo presto tragedie di questa portata; la memoria serve ad educare la nostra fede. Non rischiamo perciò di dimenticare troppo presto la tragedia di Roma. Sia essa, ora, l’inizio di una nuova missione.
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