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IDEE/ Mazzarella: solo l'esperienza elementare può "salvare" i diritti

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Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)  Michelangelo, David (1501-04; InfoPhoto)

Ieri, 10 luglio, al refettorio della Camera dei Deputati di Palazzo San Macuto è stato presentato il volume “Esperienza elementare e diritto” di Marta Cartabia, Andrea Simoncini, Lorenza Violini e Paolo Carozza con prefazione di Julián Carrón. Hanno discusso del contenuto del seminario organizzato in più incontri dalla Fondazione per la Sussidiarietà e pubblicato in un libro da Guerini e Associati, Eugenio Mazzarella deputato del Pd e docente di Filosofia all’Università degli Studi Federico II di Napoli, Franco Modugno docente di Diritto costituzionale all’ Università degli Studi di Roma La Sapienza, Francesco Viola docente di Filosofia del diritto all’ Università degli Studi di Palermo. L’ incontro è stato moderato da Costantino Esposito docente di Storia della filosofia, Università degli Studi di Bari. Proponiamo di seguito la lezione di Eugenio Mazzarella.

 

Il richiamo di Costantino Esposito alla notazione introduttiva di Julian Carron - che “la riflessione giuridica discende direttamente dalla concezione di uomo che si ha” – coglie effettivamente un filo rosso dei testi di Simoncini, Violini, Carozza e Cartabia, ed insieme un loro comune problema. Dato per assodato il nesso tra antropologia e diritto, il modo in cui questo nesso oggi si presenta con forza nella stagione dei diritti umani –  dove come testé osservava Esposito “la persona sembra essere il risultato dei suoi diritti”, mentre deperisce l’istanza della fondazione dei diritti sull’esistenza e il valore della persona – esprime una peculiare ambiguità, perché è proprio un’antropologia della persona a sostegno della riflessione giuridica che sembra venir meno. 

Questo perché a chiedere questi diritti più che la persona è piuttosto l’individuo, ma i diritti dell’individuo, così costruiti nel diritto, non sembrano conseguirne davvero la tutela come pure vorrebbero. Non sembrano cioè riuscire a conseguire la tutela dell’individuo nella sua identitaria matrice relazionale – già solo ad esempio il rispetto della cultura in cui è immerso o della cornice di credenze e valori di una fede religiosa e persino di una laicità conseguente, positiva e non meramente reattiva, laicista come si usa dire. Questa tutela dell’individuo nella sua identitaria matrice relazionale, o tout court comunitaria, è ciò che poi si è storicamente e concettualmente tradotto nell’idea di persona, come bilanciamento di autoriferimento e relazionalità nella struttura dell’umano; come bilanciamento dell’autoriferimento a sé, che costituisce l’identità individuale, e della relazionalità, in cui e da cui questo autoriferimento emerge e si sostiene; e questo anche nella massima curvatura verso il proprio Sé (il proprio “interno”) dell’interiorità, sia questa curvatura egoica individualisticamente gestita in una ipertrofia dell’ego o persa a sé stessa nel collasso autistico, che è collasso dell’identità come capacità di stare al mondo nel fuori di sé. 

Questo punto va rimarcato. L’interiorità porta sempre dentro di sé qualcosa del “fuori”: persino il vuoto di relazione. Anche il suo collasso relazionale (come attesta la psicopatologia) parla della relazionalità strutturante l’individuo, che è in-dividuum, diviso-in (qualcosa; ciò che gli è comune con gli altri), per essere indivisione posta in se stessa: persona. L’antropologia della persona ha una base ontologica autoconsistente nel concreto esser-ci dell’individualità come coscienza di sé – intendendo con ciò il concreto modo con cui l’individuo come coscienza di sé viene e rimane a sé. Come Benveniste ha insegnato risalendo il filo della lingua: è Swe, radice linguistica indoeuropea che esprime l’identificazione del gruppo, un noi intensivo, da cui emerge l’Io, identità dell’io, e che funge da base, nel senso anche che lo resta sempre, di ogni processo di identificazione concreta, e non astratto-definitoria, dell’Io. Un insegnamento che ogni antropologia, e tanto più l’antropologia giuridica esposta di necessità al lessico astratto-definitorio della formalizzazione del diritto positivo, dovrebbe sempre tenere a mente.



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