mercoledì 30 aprile 2008
La “classe creativa”, le persone con un lavoro ad alto tasso di elaborazione concettuale, cioè tutti quelli che «elaborano soluzioni complesse per risolvere problemi non standardizzati», in Italia è appena il 9,76% della nostra forza lavoro. Una percentuale che ci colloca quasi al fondo della classifica europea, che comincia con il Belgio ai valori più alti (19,35%) e finisce con il Portogallo (6,69%). È quello che emerge da uno studio, pubblicato ieri, di Irene Tinagli, Talento da svendere, che pubblica dati preoccupanti e mette in crisi un’immagine alla quale ci siamo abituati, quella di un’Italia sì in difficoltà, sì afflitta da deficit in ricerca e innovazione ma capace, come estrema risorsa cui fare appello per rilanciare lo sviluppo, di far leva sulla sua capacità di inventiva, di sfruttare la sua creatività, il suo genio. Ebbene, secondo l’autrice, non è così: il nostro Paese, che potenzialmente è avvantaggiato perché produce più ingegneri della Germania e ha il 7,5% della produzione internazionale di pubblicazioni di fisica, ha dei talenti che non riesce a coltivare e che quindi, inevitabilmente, dovranno prima o poi esaurirsi. È una pietra sul paese-mito del genio, della inesausta capacità di trovare risorse, di mobilitare energie trasformando i fattori penalizzanti in chiavi di successo. Sì, perché i nostri Nobel - da Rubbia a Dulbecco - hanno tutti studiato all’estero; e mentre noi attendiamo il “genio”, un milione di laureati si accontentano di lavori per i quali la laurea non serve e le iscrizioni all’università, sia pure quella più facile del nuovo ordinamento, stanno diminuendo. In altre parole, studiare - pare - non serve. Il 14% dei licenziati elementari, il 14,1% dei diplomati e il 28,2% dei laureati sono sotto la soglia degli 800 euro mensili, secondo l’Ires. E gli incrementi vengono dall’anzianità lavorativa più che dal merito, perchè il sistema non premia. Sul banco degli imputati Tinagli mette l’università, l’impresa e le identità territoriali, quei sistemi economico-sociali iscrivibili in un preciso territorio, i cosiddetti “distretti”, che - se da un lato sono la locomotiva del paese - dall’altro si stanno rivelando una trappola per lo sviluppo della nostra facoltà di pensiero e di allargamento di orizzonti, ormai vittima di un provincialismo cronico assai difficile da superare. L’autrice lavora con Richard Florida, economista Usa divenuto celebre con “The Rise of the Creative Class” pubblicato negli Stati Uniti nel 2002, che ha individuato come centro propulsore dei paesi sviluppati non l’”informazione” o la “conoscenza” ma il potenziale creativo di tutti coloro che a qualsiasi livello, nel proprio lavoro, inventano e sviluppano qualcosa di nuovo, incrementando il tasso di innovazione.
La “classe creativa”, le persone con un lavoro ad alto tasso di elaborazione concettuale, cioè tutti quelli che «elaborano soluzioni complesse per risolvere problemi non standardizzati», in Italia è appena il 9,76% della nostra forza lavoro. Una percentuale che ci colloca quasi al fondo della classifica europea, che comincia con il Belgio ai valori più alti (19,35%) e finisce con il Portogallo (6,69%). È quello che emerge da uno studio, pubblicato ieri, di Irene Tinagli, Talento da svendere, che pubblica dati preoccupanti e mette in crisi un’immagine alla quale ci siamo abituati, quella di un’Italia sì in difficoltà, sì afflitta da deficit in ricerca e innovazione ma capace, come estrema risorsa cui fare appello per rilanciare lo sviluppo, di far leva sulla sua capacità di inventiva, di sfruttare la sua creatività, il suo genio.
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