venerdì 15 maggio 2009
È in corso a Torino la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del libro, la principale manifestazione editoriale del nostro paese. Si intitola «Io, gli altri» e si presenta con una frase di Italo Calvino: «La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso». Gli organizzatori giustificano il titolo con queste parole: «La scelta dell’Io come motivo conduttore della Fiera 2009 nasce dalla constatazione di quanto oggi l’Io sia malato. Esibizionista, egoista, autoreferenziale, indifferente al destino e alle necessità degli altri, ha perso il senso della comunità ed è incapace di elaborare progetti condivisibili, di riconoscersi in una causa di utilità comune». Un Io chiuso in sé che fatica ad aprirsi all’esterno. Come un uovo; e infatti proprio un uovo col guscio appena appena screpolato campeggia nel manifesto al posto della O di Io. È un tema coraggioso, che coglie quel drammatico fenomeno di «trascuratezza dell’io» da più parti denunciato come una della malattie più gravi della nostra civiltà. Ma è sulla pars construens che sorge qualche interrogativo. Continua, infatti, la presentazione della mostra: «Un Io che non sa guardarsi dentro, e invece di affrontare una coraggiosa autoanalisi preferisce creare un alter ego virtuale da far circolare in rete, offrendo di sé un’immagine edulcorata che non corrisponde al vero: non il ritratto di quello che si è, ma di quello che si vorrebbe essere. Un inganno romanzesco, una proiezione immaginaria». Lasciamo stare la questione dell’immagine virtuale e della proiezione immaginaria, che ci porterebbe troppo lontano. Soffermiamoci su quello che viene denunciato come mancante e, per contrasto, indicato come soluzione: «guardarsi dentro», «affrontare una coraggiosa autoanalisi». È proprio così che l’Io si ritrova? Proviamo a considerare la dinamica originale attraverso la quale l’essere umano nel suo primo svilupparsi prende coscienza del proprio Io. Il bambino non si scopre Io perché si guarda dentro o si fa un’autoanalisi, ma perché si trova di fronte ed accoglie un Tu. Guardandolo, immedesimandosi con esso, seguendolo, imparando l’Io emerge. Un grande studioso di linguistica mi raccontava che in nessuna grammatica di nessuna lingua del mondo esiste solo il pronome di prima persona: Io; c’è sempre anche il Tu. Senza un Tu, l’Io non si costituisce, non fiorisce. E tutto il «guardarsi dentro» che realizza, tutta la sottile «autoanalisi» in cui imbarca non può che lasciarlo ancora più dubbioso, complicato e insicuro su di sé. Pauroso come un bambino che non ha il coraggio di entrare in una stanza buia. Guardandosi dentro, infatti, l’Io scopre un’infinita sete, un bisogno struggente. E analizzandosi si addentra in una complessità sempre più inestricabile, il «guazzabuglio del cuore umano» di cui parlava Manzoni. Bisogno e complessità di fronte ai quali non è semplice stare. Ed è proprio per questa paura di guardare sé fino in fondo che l’Io fugge in immagini virtuali e fittizie. Non ce la fa proprio a tenere fisso lo sguardo sul proprio intimo. A meno che non si senta guardato con ammirazione, speranza, incoraggiamento. Proprio come un padre guarda soddisfatto il figlio che cresce. Insieme al padre (Padre) il bambino ha il coraggio di entrare anche nella stanza del suo Io.
È in corso a Torino la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del libro, la principale manifestazione editoriale del nostro paese. Si intitola «Io, gli altri» e si presenta con una frase di Italo Calvino: «La conoscenza del prossimo ha questo di speciale: passa necessariamente attraverso la conoscenza di se stesso». Gli organizzatori giustificano il titolo con queste parole: «La scelta dell’Io come motivo conduttore della Fiera 2009 nasce dalla constatazione di quanto oggi l’Io sia malato. Esibizionista, egoista, autoreferenziale, indifferente al destino e alle necessità degli altri, ha perso il senso della comunità ed è incapace di elaborare progetti condivisibili, di riconoscersi in una causa di utilità comune». Un Io chiuso in sé che fatica ad aprirsi all’esterno. Come un uovo; e infatti proprio un uovo col guscio appena appena screpolato campeggia nel manifesto al posto della O di Io.
È un tema coraggioso, che coglie quel drammatico fenomeno di «trascuratezza dell’io» da più parti denunciato come una della malattie più gravi della nostra civiltà. Ma è sulla pars construens che sorge qualche interrogativo. Continua, infatti, la presentazione della mostra: «Un Io che non sa guardarsi dentro, e invece di affrontare una coraggiosa autoanalisi preferisce creare un alter ego virtuale da far circolare in rete, offrendo di sé un’immagine edulcorata che non corrisponde al vero: non il ritratto di quello che si è, ma di quello che si vorrebbe essere. Un inganno romanzesco, una proiezione immaginaria». Lasciamo stare la questione dell’immagine virtuale e della proiezione immaginaria, che ci porterebbe troppo lontano. Soffermiamoci su quello che viene denunciato come mancante e, per contrasto, indicato come soluzione: «guardarsi dentro», «affrontare una coraggiosa autoanalisi». È proprio così che l’Io si ritrova?
Proviamo a considerare la dinamica originale attraverso la quale l’essere umano nel suo primo svilupparsi prende coscienza del proprio Io. Il bambino non si scopre Io perché si guarda dentro o si fa un’autoanalisi, ma perché si trova di fronte ed accoglie un Tu. Guardandolo, immedesimandosi con esso, seguendolo, imparando l’Io emerge. Un grande studioso di linguistica mi raccontava che in nessuna grammatica di nessuna lingua del mondo esiste solo il pronome di prima persona: Io; c’è sempre anche il Tu. Senza un Tu, l’Io non si costituisce, non fiorisce. E tutto il «guardarsi dentro» che realizza, tutta la sottile «autoanalisi» in cui imbarca non può che lasciarlo ancora più dubbioso, complicato e insicuro su di sé. Pauroso come un bambino che non ha il coraggio di entrare in una stanza buia.
Guardandosi dentro, infatti, l’Io scopre un’infinita sete, un bisogno struggente. E analizzandosi si addentra in una complessità sempre più inestricabile, il «guazzabuglio del cuore umano» di cui parlava Manzoni. Bisogno e complessità di fronte ai quali non è semplice stare. Ed è proprio per questa paura di guardare sé fino in fondo che l’Io fugge in immagini virtuali e fittizie. Non ce la fa proprio a tenere fisso lo sguardo sul proprio intimo. A meno che non si senta guardato con ammirazione, speranza, incoraggiamento. Proprio come un padre guarda soddisfatto il figlio che cresce. Insieme al padre (Padre) il bambino ha il coraggio di entrare anche nella stanza del suo Io.
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