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martedì 9 febbraio 2010 S. Apollonia martire - Ultimo agg.: 09/02/2010 16:24
 
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LAICITA’/ La legge “vuota” del presidente Fini, ovvero il fascino del niente

giovedì 21 maggio 2009

L’ideale di una legge che non sia orientata o ispirata da niente è sempre stato il grande sogno del pensiero moderno. Un’universalità puramente formale senza dipendenza da alcun contenuto o da alcuna esperienza di identità storica, culturale o religiosa.

Secondo questa utopia è la legge a fondare la libertà, è il diritto a creare la persona e non viceversa. Una sorta di potere, quello della legge, che non esprime né dà più voce all’esperienza umana, alle identità, al senso comune, ma ha la pretesa di forgiare l’umanità e di costruirla essa stessa.

Storicamente l’ispirazione religiosa e teologica è stata la componente essenziale per la nascita del cosiddetto diritto naturale, ma questo diritto è poi arrivato a mettere tra parentesi se non addirittura a rinnegare la sua ispirazione ribaltando il rapporto tra l’immagine dell’uomo, posta come base di partenza ed ereditata dall’esperienza cristiana, e la norma chiamata a tutelarla e a promuoverla. In altri termini: per il diritto naturale non c’è più un’esperienza concreta dell’umano da cui partire, ma solo un’immagine generale, da costruire appunto attraverso la legge.

Il punto problematico allora non è se la religione possa o non possa interferire con la legislazione o se il legislatore debba o non debba pronunciarsi sulle “cose di religione”; la vera questione è piuttosto quale sia la ratio della legge, cioè, ad un tempo, il suo orientamento, il suo fondamento e la sua misura.

Quella che sembra imporsi sempre più nell’attuale dibattito è una sorta di “ragione grigia”, come una matrice neutra di tutti i diritti il cui unico criterio è la separazione da ogni appartenenza.

Oggi abbiamo innanzi a noi due alternative estreme rispetto al problema: o la legge, e più in generale la norma giuridica, è intesa come la via per realizzare la fede religiosa, ed è il caso del fondamentalismo, oppure ci si trova di fronte alla pretesa di una totale “privatizzazione” in senso giuridico dell’esperienza religiosa stessa, la sua esclusione dagli orientamenti della giurisprudenza.

Ma in entrambi i casi la legge viene caricata di un potere che non è suo proprio, quello cioè di creare l’identità o il diritto che essa regolamenta e tutela, e di sancire l’esclusione di ciò che non è normato.

Tuttavia, come ha scritto ultimamente Jürgen Habermas a proposito della società “post-secolare” (cfr. Tra scienza e fede, Laterza, Roma-Bari 2006), il grande progetto illuminista per cui il potere universale della ragione avrebbe semplicemente reso superflue le tradizioni religiose, relegandole ad un residuo sub-culturale del passato, ha trovato più di una smentita, e non solo o non tanto per il persistere di residui fondamentalisti, ma, molto di più, per la presenza creativa di cittadini religiosi che possono contribuire come una risorsa di senso alla vita sociale e pubblica. 

Il che non è né un uso politico della religione né un uso religioso della politica, ma, come la chiama sempre Habermas, una sfida “cognitiva”, un’auto-comprensione chiesta ai “cittadini laici” perché pongano nuovamente il problema di ciò che legittima la loro pretesa di universalità; ma anche una sfida rivolta ai “cittadini religiosi” perché comprendano la rilevanza pubblica (e io aggiungerei: pienamente “laica”) delle loro ragioni nate dalla fede.

Infatti il grande problema di fondo resta sempre quello: può la generalità o l’universalità della legge essere pagata al prezzo di neutralizzare le esperienze storiche particolari; e soprattutto, all’inverso, può un’esperienza storica portare con sé un valore universale?

Solo emergendo nella concretezza di tradizioni e identità storiche l’universale ha dato effettivamente prova di sé, mentre staccato da esse si è ridotto ad essere una generalità astratta. Questa è la sfida che va accettata e anzi riaperta ancora oggi: che l’universale possa essere riscoperto in tutta la sua concretezza, qualcosa che è di tutti non perché non è di nessuno, ma proprio perché è di qualcuno. A patto, s’intende, che questo “qualcuno” riesca a mostrare che si tratta di un’esperienza per tutti, cioè effettivamente secondo ragione.



COMMENTI
23/05/2009 - continua re:IN MERITO A:"Religione e Ragione" (Francesco Dimichina)

... Precisamente la fede parte dal fatto dell'incontro con un'umanità diversa, che si riscontra in persone concrete, in quanto corrisponde alle esigenze fondamentali di cui l'uomo è costituito (desiderio di giustizia, bellezza, verità cioé di felicità). Infatti mi posso considerare credente, secondo ragione, perché dei fatti con la stessa struttura, non uguali però, di quelli descritti nei vangeli sono accaduti e accadono continuamente nella mia esperienza. Fatti come l'incontro con un amico che 10 anni fa mi invitò ad un incontro di scuola di comunità; come la lettura di testimonianze come quella del dott. Melazzini; come la compagnia quotidiana che mi fa don Giussani, sebbene indirettamente tramite i suoi scritti; come l'amica dell'Uganda, Vicky, che è malata di AIDS: era un tempo disperata, ed oggi malgrado il persistere della malattia, può dire oggi di essere felice. E ne avrei una sfilza ben più lunga. Il mio augurio è che quest'incontro possa farlo anche lei.

 
23/05/2009 - re: IN MERITO A: "Religione e Ragione" (Francesco Dimichina)

Guardi con “un tubo in gola” vivono tante di quelle persone che è veramente triste chiamare "paralitici",uno per tutti,il dott. Melazzini,che è tutt'ora stimato ed affermato medico ed ha anche rilasciato alcune interviste per questo quotidiano,che la invito a leggere. Ora,è indubbio che il concetto di libertà abbia subito una grande evoluzione durante l'illuminismo.Però è ingiusto non considerare,e nello scritto che ho suggerito nel mio precedente commento questo era evidenziato,come prima dell'avvento del cristianesimo la libertà era essenzialmente politica,cioé legata alla partecipazione politica,tanto in Grecia quanto nell'impero romano. É solo con l'affermarsi del cristianesimo che schiavi e donne acquistano dignità semplicemente in quanto uomini.E questa,mi spiace rilevarlo,non è una conquista dell'illuminismo. Mi permetto però di ritornare su un'altra considerazione che ha fatto,laddove ha scritto:“Io sono abituato a basare le mie convinzioni sui dati di fatto, e sono pronto a cambiarle se i dati di fatto smentiscono le mie opinioni.Al contrario la religione si basa sulla Fede,ossia sulla accettazione passiva ed acritica di fatti non provati”.Non so dove ha ritrovato questa definizione della fede,ma a me che sono credente,hanno invece insegnato un'altra definizione,FEDE = riconoscimento di una presenza eccezionale,cioé corrispondente alle mie esigenze fondamentali di uomo, nel presente.La fede parte da un fatto, come può rilevare facilmente da Gv,1. ...

 
22/05/2009 - fede, ragione e leggi (eva semeraro)

una parola, fondamentale dell'articolo, che mette d'accordo fede e ragione è la parola esperienza e mi sembra che finora nessuno l'abbia commentata o usata; essa è alla base del rapporto (stretto) che c'è tra ragione (domandare il senso di tutte le cose) e fede (affermare che quel senso lo si è riconosciuto ed ha un 'valore' adesso per me). non si può credere 'e basta'! se quello in cui si crede non ha a che fare con quello che accadde adesso a me a che serve credere? (e poi il legalismo non è un credere?) l'articolo pone un metodo: per fare una legge umana si deve partire da quello che l'uomo è: non si stanca mai di chiedere il senso di ciò che capita e vive la realtà concreta giudicando se e quanto essa corrisponde all'insoppromibile desiderio di senso, di felicità. (per questo è la legge che deve rispettare l'uomo, non l'uomo che deve rispettare la legge!) una legge che vuole invece definire cosa è l'uomo, come potrà definire quello che Welby, Luca, Andrea, io ci troviamo a desiderare? dovrà per forza effettuare una riduzione (a chimica? a sentimento? a calcolo? ad anarchia?) un unico obbligo ha la legge: non sopraffare quello che l'uomo è: e l'esperienza religiosa da sempre ha sempre aiutato a spiegare di più l'uomo a sè stesso p.s.: Welby, Luca, Andrea, io, tu abbiamo potuto fare niente per essere al mondo? e allora perchè dovremmo voler andarcene ... figuriamoci: per un 'principio' poniamo una fine! questo è irrazionale! grazie. v.m.

 
21/05/2009 - Religione e Ragione (andrea altana)

Gentile Sig.Crippa non voglio privare del diritto di voto nessuno, ma neanche accetto di venire privato della mia libertà perchè lo decide la maggioranza (per esemplificare cosa intendo pensi alle vicende di Welby e di Luca Coscioni) Io sono abituato a basare le mie convinzioni sui dati di fatto, e sono pronto a cambiarle se i dati di fatto smentiscono le mie opinioni. Al contrario la religione si basa sulla Fede, ossia sulla accettazione passiva ed acritica di fatti non provati, per questo la considero una "razionalità minore".Dunque non le sto dando del "minorato", sto solo affermando che i suoi argomenti non sono razionali perchè sono basati sulla Fede. Per questo non potremmo discutere razionalmente di ciò che avvenne 2000 anni fa, perchè lei crede a fatti non provati, perchè ha deciso di crederci, perchè sin da piccolo le hanno fatto il lavaggio del cervello insegnandole ad accettare passivamente una serie di evidenti assurdità. Quanto al Signor Dimichina, mi spiega che fine fa la centralità della persona quando si ficca in gola un tubo ad un paralitico contro la sua volontà? E' questo il concetto di libertà evoluto dalla religione? E che evoluzione tortuosa! Mentre il concetto evolveva per secoli si sono messi all'indice libri, si sono incarcerati personaggi come Galilei oppure si è dato fuoco a gente come Giordano Bruno. E l'illuminismo? E' proprio sicuro non abbia nulla a che vedere con l'attuale concetto di libertà? Io penso invece che ne sia alla base.

 
21/05/2009 - IN MERITO A: "Religione e Ragione (altana andrea)" (Francesco Dimichina)

E' strano leggere un commento del genere ad un concetto che, in qualche modo, circa 19 secoli fa era già noto, è probabilmente troppo comune il riferimento ad Inst. Iust. 1.2.12: "Ac prius de personis videamus. Nam parum est ius nosse, si personae, quarum causa statutum est, ignorentur" o a D. 1.5.2, Hermog. L. 1 iuris epit.: "Cum igitur hominum causa omne ius constitutum sit, primo de personarum statu ac post de ceteris", senza nulla togliere a Gai. 1.8: "Et prius videamus de personis", tutte affermazioni rivolte ad affermare la centralità della persona nel diritto. Senza soffermarsi sul significato di "causa", usato da Ermogeniano, il cui valore è ancora più forte. Mi permetto di riportare il riferimento ad un autorevole lavoro - la voce "Libertà" scritta da Felice Battaglia nell'Enciclopedia del diritto(Giuffré) - dove quella religione che taluni vorrebbero considerare irrazionale, è dimostrata essere alla base della evoluzione del concetto, non solo di laicità ma, di libertà stessa. ...altro che "prodotto di una razionalità minore".

 
21/05/2009 - Democrazia è il potere della maggioranza (Giuseppe Crippa)

Gentile Andrea, anch’io non vorrei vivere in uno Stato che legifera basandosi sulla superstizione, ma mi sta bene uno Stato in cui legifera la maggioranza. A Lei no? Ho l’impressione che Lei, confermando l’opinione di monsignor Sgreccia, mi consideri “razionalmente minorato”… se ritiene dunque di volermi privare del diritto di voto, lo dica pure liberamente, non mi offendo. E resto sempre disponibile a discutere secondo ragione di quanto è avvenuto 2000 anni fa e ci è stato tramandato da uomini che hanno raccontato quanto hanno visto e sperimentato, senza elaborare eleganti teorie che lascio tutte a Lei.

 
21/05/2009 - Religione e Ragione. (andrea altana)

La Religione va solo rispettata, qualunque cosa affermi, anche la più assurda ed irrazionale. Un uomo duemila anni fa camminava sulle acque, faceva risorgere cadaveri in putrefazione e nasceva da madre vergine? Vogliamo discuterne secondo Ragione? NO! La Religione va rispettata! Punto! Ed allora signori, se le vostre credenze sono irrazionali e non possono essere messe in discussione, è ovvio che i vostri argomenti vengano considerati, come lamenta Monsignor Elio Sgreccia, "il prodotto di una razionalità minore". Perchè lo sono. E noi non vogliamo vivere in uno Stato che legifera basandosi sulla superstizione. E' chiedere troppo?

 
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