mercoledì 11 giugno 2008
Caro direttore, credo che possa interessare al suo giornale e ai suoi lettori la conversazione che ho avuto due giorni fa con un conoscente, un espatriato residente a Bangkok da 30 anni, perfettamente integrato e con un’ottima padronanza della lingua locale. L’ho assalito con un sacco di domande sugli scenari poco incoraggianti che si intravedono per la Thailandia. Abbiamo avuto modo di parlare a lungo e mi ha confidato le sue preoccupazioni. Le fornisco una mia versione del nostro dialogo. L’economia sta andando molto male. I prezzi sono aumentati; soprattutto quello della benzina (40% di aumento in pochi mesi) e dei generi alimentari, in particolare il riso, che in Thailandia è il pane quotidiano. Questi fatti generano un forte scontento, perché come in un processo a catena producono l’aumento di tutti gli altri servizi e la diminuzione del potere d’acquisto dei salari. E poi la situazione politica. Per comprenderla bisognerebbe risalire al 1992, quando il paese fu colpito da una crisi politica che generò poi la gravissima crisi economica del 1996-97. Ma non ho le competenze per fare un trattato storico. Ci basta partire dal 2006, quando il paese era una “dittatura parlamentare” guidata da Thaksin Shinawatra, un uomo dalle ricchezze smisurate, che è anche l’attuale proprietario della squadra di calcio inglese del Manchester City. Nel settembre del 2006 un colpo di Stato incruento ha portato i militari al potere. Una dittatura militare “dolce”, con ragioni quasi umanitarie: «Hanno colpito un uomo corrotto che aveva fatto del paese il suo terreno di raccolta». I militari hanno da subito promesso nuove elezioni, ma nel frattempo hanno riscritto la Costituzione e attuato una serie di iniziative che avrebbero dovuto dare una svolta al paese. Poi finalmente le elezioni: nel dicembre 2007 è stata ripristinata la democrazia. Ma il risultato è stato diverso dalle aspettative dei militari e delle forze politiche “nascoste” che li hanno sostenuti. In pratica, nel dopo elezioni abbiamo un parlamento simile a quello del precedente premier Taksin, che ufficialmente ha abbandonato l’arena politica per curarsi solo dei propri affari e per godersi il calcio. Vero o falso che sia, tutti lo indicano come l’eminenza grigia del nuovo premier Samak Sundaravej. Nello scenario odierno, le forze e i personaggi che nel 2006 favorirono l’attuazione e l’accettazione, a Bangkok, del colpo di Stato, si sono rimessi in moto. In particolare cinque personaggi pubblici (un ex generale, un artista e tre politicanti-imprenditori con alterne fortune) hanno dato vita ad un nuovo cartello politico, il PDA (People Alliance for Democracy) e da varie settimane organizzano manifestazioni e dimostrazioni che trovano sempre molta accoglienza nei media. Inoltre dal 25 maggio, il PDA ha occupato una strada con occasionali blocchi del traffico. Naturalmente il tema è monocorde: contro il governo e contro i suoi amici. In questi ultimi mesi la risposta popolare alle provocazioni politiche del PDA non sono unidirezionali, nemmeno a Bangkok, che per la Thailandia di oggi è come la Roma dell’antico impero. A Bangkok si fa il paese, ma se da una parte la sua intellighenzia non ama questo governo, d’altra parte anche l’intellighenzia vorrebbe quella stabilità che permette il fiorire della vita economica. Gli investimenti stranieri, dal tempo di Taksin, hanno abbandonato e stanno sempre più abbandonando il paese. Pare che solo il turismo continui a sostenere l’ingresso cospicuo di valuta straniera. Il PDA continua a richiamare qualche migliaio di sostenitori in piazza, ma la maggior parte della popolazione si sta chiedendo quali sono i suoi obiettivi non dichiarati e dove vuole veramente arrivare, anche perché i personaggi che guidano questa protesta non rappresentano esattamente un modello di santità. Sembra ormai più folklore che proposta politica seria. In questa situazione, quali sono gli scenari possibili? Si parla molto di un nuovo possibile colpo di Stato, che nella storia della monarchia costituzionale thailandese (dal 1932 ad oggi) è quasi più frequente delle piogge monsoniche. Si paventa, nessuno sa se ci sarà, ma i più pensano che oggi non ci siano le condizioni per una ripetizione dell’esercizio, perché avrebbe troppe controindicazioni nazionali e internazionali. Una minestra riscaldata che è stata messa da parte appena pochi mesi fa. Un’altra ipotesi è quella di un referendum popolare per introdurre una nuova Costituzione. Era uno degli obiettivi iniziali di questo governo, cioè revocare una Costituzione scritta nel tempo della dittatura militare dello scorso anno e ripresentare al voto popolare i cambiamenti proposti dal governo. Ma è apparso a tutti un espediente troppo teso a salvare gli interessi di Taksin e dei suoi amici in difficoltà con la magistratura, per cui proprio in questi giorni questa strada è stata abbandonata. Il governo ha cambiato strategia. Ora punta a un cambiamento più morbido della Costituzione, con una maggioranza parlamentare dalle larghe intese che coinvolga l’opposizione. Potrebbe funzionare. Una soluzione potrebbe essere quella di arrivare a nuove elezioni. Ma non è così facile. Molti pensano infatti che questo governo non durerà, perché non sta dando prove convincenti. Difficilmente però l’alternativa sarà rappresentata da nuove elezioni, perché molto probabilmente i risultati elettorali sarebbero confermati. Quindi è più probabile un rimpasto o un cambio di premier. Infine il ruolo della monarchia. La monarchia non ha una storia totalmente limpida nelle vicende thailandesi, ma le sue magagne - vere o presunte tali - si possono raccontare solo molto sottovoce ed al buio. C’è una legge di lesa maestà che è ferocemente applicata ad ogni minima violazione. Nonostante questo la monarchia ha l’indiscutibile merito di aver preservato l’unità del paese e di essere oggi un simbolo d’identità nazionale. Ma fino a quando sarà così? Ogni cittadino thailandese si fa delle domande sul futuro prossimo di questa istituzione. Il re ha compiuto 80 anni ed ha regnato per oltre 60 anni. Ci sono molti e diversi scenari per la sua non facile e complessa successione, e ognuno di essi avrà un diverso impatto sulla vita della nazione. Quale sia la mossa giusta, nessuno riesce ad immaginarlo. Sì, ho detto immaginarlo, perche non se ne può parlare… La Thailandia, in altre parole, è oggi una grande scacchiera, sulla quale si sta giocando una complessa e violenta partita per il potere. Molti i giocatori, molti gli interessi, poche le certezze. Tra le quali la più drammatica è che in questa lotta chi è destinato a soffrire di più, come sempre, è la popolazione di reddito medio/basso, che vede minacciosamente aumentare il costo della vita. Riccardo Faviero (Foto Ansa)
Caro direttore,
Nel settembre del 2006 un colpo di Stato incruento ha portato i militari al potere. Una dittatura militare “dolce”, con ragioni quasi umanitarie: «Hanno colpito un uomo corrotto che aveva fatto del paese il suo terreno di raccolta». I militari hanno da subito promesso nuove elezioni, ma nel frattempo hanno riscritto la Costituzione e attuato una serie di iniziative che avrebbero dovuto dare una svolta al paese. Poi finalmente le elezioni: nel dicembre 2007 è stata ripristinata la democrazia. Ma il risultato è stato diverso dalle aspettative dei militari e delle forze politiche “nascoste” che li hanno sostenuti. In pratica, nel dopo elezioni abbiamo un parlamento simile a quello del precedente premier Taksin, che ufficialmente ha abbandonato l’arena politica per curarsi solo dei propri affari e per godersi il calcio. Vero o falso che sia, tutti lo indicano come l’eminenza grigia del nuovo premier Samak Sundaravej.
In questa situazione, quali sono gli scenari possibili? Si parla molto di un nuovo possibile colpo di Stato, che nella storia della monarchia costituzionale thailandese (dal 1932 ad oggi) è quasi più frequente delle piogge monsoniche. Si paventa, nessuno sa se ci sarà, ma i più pensano che oggi non ci siano le condizioni per una ripetizione dell’esercizio, perché avrebbe troppe controindicazioni nazionali e internazionali. Una minestra riscaldata che è stata messa da parte appena pochi mesi fa. Un’altra ipotesi è quella di un referendum popolare per introdurre una nuova Costituzione. Era uno degli obiettivi iniziali di questo governo, cioè revocare una Costituzione scritta nel tempo della dittatura militare dello scorso anno e ripresentare al voto popolare i cambiamenti proposti dal governo. Ma è apparso a tutti un espediente troppo teso a salvare gli interessi di Taksin e dei suoi amici in difficoltà con la magistratura, per cui proprio in questi giorni questa strada è stata abbandonata. Il governo ha cambiato strategia. Ora punta a un cambiamento più morbido della Costituzione, con una maggioranza parlamentare dalle larghe intese che coinvolga l’opposizione. Potrebbe funzionare.
Ma fino a quando sarà così? Ogni cittadino thailandese si fa delle domande sul futuro prossimo di questa istituzione. Il re ha compiuto 80 anni ed ha regnato per oltre 60 anni. Ci sono molti e diversi scenari per la sua non facile e complessa successione, e ognuno di essi avrà un diverso impatto sulla vita della nazione. Quale sia la mossa giusta, nessuno riesce ad immaginarlo. Sì, ho detto immaginarlo, perche non se ne può parlare… La Thailandia, in altre parole, è oggi una grande scacchiera, sulla quale si sta giocando una complessa e violenta partita per il potere. Molti i giocatori, molti gli interessi, poche le certezze. Tra le quali la più drammatica è che in questa lotta chi è destinato a soffrire di più, come sempre, è la popolazione di reddito medio/basso, che vede minacciosamente aumentare il costo della vita.
Riccardo Faviero
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