venerdì 10 luglio 2009
Brano di conversazione captato in metropolitana nei giorni scorsi: «Ciao, come va?» «Insomma. Sono stanco e ho proprio voglia di fare le ferie per riposarmi un po’». A cena con amici l’altra sera: «Ma che faccia che hai!» «Beh, sai, ho tanto lavoro da finire. Ma adesso mi riposo». Sono i tipici dialoghi di metà luglio: le scuole sono finte, gli ultimi esami in università sono passati, al lavoro si sistemano, con un po’ di affanno, le ultime cose prima delle ferie, le fatiche di tutto un anno pesano e nei pensieri, nei dialoghi, nei progetti affiora con insistenza la necessità del riposo. Forse, però, non ci interroghiamo sufficientemente su cosa significhi riposare. Rischiando così di passare dal faticoso meccanismo del lavoro a quello solo apparentemente meno invasivo delle vacanze: viaggi, prenotazioni, calcolo delle spese, divertimento più o meno organizzato e quasi forzato. Uno stress. Tanto che viene da dar ragione al Montale di Prima del viaggio: «E poi si parte e tutto é O.K. e tutto / é per il meglio e inutile». Nel gergo militare «riposo» è il contrario di «attenti». Ma non credo che il vero sollievo del riposo sia dovuto al fato di non prestare attenzione a niente. È come dire che l’ideale della vita sarebbe spegnere ragione, emozioni, interessi, amori; buttarsi in un vuoto di pensiero, in una svagata sospensione dell’esistenza, un sonno della coscienza molto simile alla morte. Del resto, non posso immaginare che quando preghiamo per i defunti, chiedendo per loro l’«eterno riposo», domandiamo una perpetua disattenzione o la rinuncia a ogni moto e sentimento umano. Basta leggere qualche canto del Paradiso dantesco per accorgersi che quel regno di beatitudine riposante è pieno di attività: canti, balli, conversazioni, ricordi, preghiere, luci. Per chiarirmi le idee sono andato a cercare l’etimologia della parola riposo. Ho scoperto che deriva dal greco pauo, che significa cessare da una attività faticosa, fermarsi. «Da cui – continua il dizionario etimologico – “poggiare”» e quindi l’espressione: «Riposare sopra qualcuno», cioè «confidare in lui». Ecco, questo mi convince. Riposo se, abbandonate per un certo tempo le faticose attività della vita quotidiana, posso «appoggiarmi» su qualcosa o qualcuno che merita la mia confidenza. E la meritano le cime montane guardate con la lunga calma di un tempo non assillato dagli orari; la merita l’infinità del mare e il silenzio di un bosco; la merita una cena con amici senza la preoccupazione di come comportarsi o di dire le parole giuste; la merita la curiosità per un quadro o un monumento in cui risplende il genio e la passione di grandi uomini che mi hanno preceduto; la merita un bel concerto, un buon libro e anche un pomeriggio passato a cucinare per coloro cui vuoi bene. Il leopardiano pastore errante invidiava le sue pecore che, dopo aver mangiato, si riposavano quiete, mentre «s’io giaccio in riposo, il tedio assale». Ma non avrebbe mai scambiato la consapevolezza del suo bisogno infinito di pace, nascosto dentro la voglia di riposare, con l’incoscienza animale. Sapeva che il desiderio del riposo è, in fondo, urgenza di trovare un appoggio di cui si possa dire, come il salmo, «in Te riposa l’anima mia».
Brano di conversazione captato in metropolitana nei giorni scorsi: «Ciao, come va?» «Insomma. Sono stanco e ho proprio voglia di fare le ferie per riposarmi un po’». A cena con amici l’altra sera: «Ma che faccia che hai!» «Beh, sai, ho tanto lavoro da finire. Ma adesso mi riposo». Sono i tipici dialoghi di metà luglio: le scuole sono finte, gli ultimi esami in università sono passati, al lavoro si sistemano, con un po’ di affanno, le ultime cose prima delle ferie, le fatiche di tutto un anno pesano e nei pensieri, nei dialoghi, nei progetti affiora con insistenza la necessità del riposo.
Forse, però, non ci interroghiamo sufficientemente su cosa significhi riposare. Rischiando così di passare dal faticoso meccanismo del lavoro a quello solo apparentemente meno invasivo delle vacanze: viaggi, prenotazioni, calcolo delle spese, divertimento più o meno organizzato e quasi forzato. Uno stress. Tanto che viene da dar ragione al Montale di Prima del viaggio: «E poi si parte e tutto é O.K. e tutto / é per il meglio e inutile».
Nel gergo militare «riposo» è il contrario di «attenti». Ma non credo che il vero sollievo del riposo sia dovuto al fato di non prestare attenzione a niente. È come dire che l’ideale della vita sarebbe spegnere ragione, emozioni, interessi, amori; buttarsi in un vuoto di pensiero, in una svagata sospensione dell’esistenza, un sonno della coscienza molto simile alla morte. Del resto, non posso immaginare che quando preghiamo per i defunti, chiedendo per loro l’«eterno riposo», domandiamo una perpetua disattenzione o la rinuncia a ogni moto e sentimento umano. Basta leggere qualche canto del Paradiso dantesco per accorgersi che quel regno di beatitudine riposante è pieno di attività: canti, balli, conversazioni, ricordi, preghiere, luci.
Per chiarirmi le idee sono andato a cercare l’etimologia della parola riposo. Ho scoperto che deriva dal greco pauo, che significa cessare da una attività faticosa, fermarsi. «Da cui – continua il dizionario etimologico – “poggiare”» e quindi l’espressione: «Riposare sopra qualcuno», cioè «confidare in lui». Ecco, questo mi convince. Riposo se, abbandonate per un certo tempo le faticose attività della vita quotidiana, posso «appoggiarmi» su qualcosa o qualcuno che merita la mia confidenza. E la meritano le cime montane guardate con la lunga calma di un tempo non assillato dagli orari; la merita l’infinità del mare e il silenzio di un bosco; la merita una cena con amici senza la preoccupazione di come comportarsi o di dire le parole giuste; la merita la curiosità per un quadro o un monumento in cui risplende il genio e la passione di grandi uomini che mi hanno preceduto; la merita un bel concerto, un buon libro e anche un pomeriggio passato a cucinare per coloro cui vuoi bene.
Il leopardiano pastore errante invidiava le sue pecore che, dopo aver mangiato, si riposavano quiete, mentre «s’io giaccio in riposo, il tedio assale». Ma non avrebbe mai scambiato la consapevolezza del suo bisogno infinito di pace, nascosto dentro la voglia di riposare, con l’incoscienza animale. Sapeva che il desiderio del riposo è, in fondo, urgenza di trovare un appoggio di cui si possa dire, come il salmo, «in Te riposa l’anima mia».
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