lunedì 21 settembre 2009
Cinque giorni fa la furia di una ideologia che riduce Dio a pretesto per un progetto di potere ha spazzato via la vita di sei nostri giovani soldati e di molti altri nostri fratelli afghani. È possibile comprendere fino in fondo il senso del loro sacrificio se nel celebrare oggi la loro memoria siamo coscienti che la domanda di verità, di bellezza, di giustizia, di pace che ci portiamo dentro c'entra con quelle vite, troncate e compiute insieme. C'entra con il più piccolo dei particolari della nostra vita e della vita del mondo. Nessuno più di me è convinto che si possa fare anche politica senza sopire quell’inquietudine che ci fa certi che non è nel potere il potere vero, che non è nell’uomo la risposta ai bisogni dell’uomo. Proprio per questo avverto, però, enorme la responsabilità di fare di tutto perché ogni tentativo buono di rendere meno faticosa la vita di tanti sia sostenuta. Affrontare insieme questa responsabilità può essere un buon modo per vivere come vero, credo, l’ideale di passione per l’uomo che i nostri giovani paracadutisti ci hanno testimoniato. Per questo credo che i nostri ragazzi caduti sarebbero stati orgogliosi e commossi da ciò che ha dichiarato qualche giorno fa al Corriere della sera il Ministro degli esteri Frattini sul ruolo fondamentale della missione italiana nel possibile cambiamento delle strategie della coalizione occidentale. «Va attuato ciò di cui parliamo da quando la nuova amministrazione americana ha pubblicato la revisione della sua politica sull’Afghanistan. Occorre moltiplicare il “metodo Italia”, approccio che abbina sicurezza e grande professionalità con l’attenzione alla gente che soffre, alla ricostruzione. Va cambiata la visione generale della missione». «Deve considerare sempre più la sicurezza come il mezzo indispensabile, non come il fine in sé, e concentrarsi invece sui risultati visibili e positivi per il popolo che purtroppo non ci sono. Sono quelli la precondizione per evitare che i civili non tollerino, nella migliore delle ipotesi, o non coprano, nella peggiore, l’organizzazione degli attentati». Dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani. Siamo un esempio di solidarietà per tutti. Per questo le famiglie, gli amici, e i colleghi dei caduti abbiano la certezza che non sono state morti vane. Anche Benedetto XVI nell’angelus di ieri ha voluto sottolineare questo punto, rendendo omaggio a tutti «i contingenti internazionali che hanno avuto vittime e che operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana».
Cinque giorni fa la furia di una ideologia che riduce Dio a pretesto per un progetto di potere ha spazzato via la vita di sei nostri giovani soldati e di molti altri nostri fratelli afghani. È possibile comprendere fino in fondo il senso del loro sacrificio se nel celebrare oggi la loro memoria siamo coscienti che la domanda di verità, di bellezza, di giustizia, di pace che ci portiamo dentro c'entra con quelle vite, troncate e compiute insieme.
C'entra con il più piccolo dei particolari della nostra vita e della vita del mondo. Nessuno più di me è convinto che si possa fare anche politica senza sopire quell’inquietudine che ci fa certi che non è nel potere il potere vero, che non è nell’uomo la risposta ai bisogni dell’uomo. Proprio per questo avverto, però, enorme la responsabilità di fare di tutto perché ogni tentativo buono di rendere meno faticosa la vita di tanti sia sostenuta.
Affrontare insieme questa responsabilità può essere un buon modo per vivere come vero, credo, l’ideale di passione per l’uomo che i nostri giovani paracadutisti ci hanno testimoniato. Per questo credo che i nostri ragazzi caduti sarebbero stati orgogliosi e commossi da ciò che ha dichiarato qualche giorno fa al Corriere della sera il Ministro degli esteri Frattini sul ruolo fondamentale della missione italiana nel possibile cambiamento delle strategie della coalizione occidentale.
«Va attuato ciò di cui parliamo da quando la nuova amministrazione americana ha pubblicato la revisione della sua politica sull’Afghanistan. Occorre moltiplicare il “metodo Italia”, approccio che abbina sicurezza e grande professionalità con l’attenzione alla gente che soffre, alla ricostruzione. Va cambiata la visione generale della missione». «Deve considerare sempre più la sicurezza come il mezzo indispensabile, non come il fine in sé, e concentrarsi invece sui risultati visibili e positivi per il popolo che purtroppo non ci sono. Sono quelli la precondizione per evitare che i civili non tollerino, nella migliore delle ipotesi, o non coprano, nella peggiore, l’organizzazione degli attentati».
Dobbiamo essere orgogliosi di essere italiani. Siamo un esempio di solidarietà per tutti. Per questo le famiglie, gli amici, e i colleghi dei caduti abbiano la certezza che non sono state morti vane.
Anche Benedetto XVI nell’angelus di ieri ha voluto sottolineare questo punto, rendendo omaggio a tutti «i contingenti internazionali che hanno avuto vittime e che operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana».
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