giovedì 24 settembre 2009
Torna d’attualità l’autonomia delle istituzioni scolastiche, come opportunità connessa all’applicazione della norma sul maestro unico, voluta dai ministri Tremonti e Gelmini per ridurre le spese e migliorare la qualità dell’insegnamento. Sul raggiungimento del primo obiettivo nessuno ha mai avanzato dubbi, tanto evidente è subito apparso il nesso tra l’abolizione dei moduli e la riduzione del numero dei maestri e delle relative retribuzioni a carico del bilancio dello Stato. Circa il secondo obiettivo, l’incremento della qualità della didattica, i dubbi furono tanti mentre le certezze si basavano su valutazioni non sottoposte a verifica o su ricordi personali di un passato scolastico ingentilito dalla memoria. Oltre alle ragioni riguardanti il risparmio e a quelle di natura pedagogica, militava a favore del maestro unico anche la supposta preferenza delle famiglie. Ma, alla prova dei fatti, al momento delle iscrizioni, esse mostrarono di non gradirlo, perché poteva comportare significative riduzioni dell’orario scolastico, e i genitori degli alunni, si sa, sono particolarmente sensibili alla questione della durata della permanenza dei figli dentro l’ambiente protetto e stimolante della scuola. Va da sé che questo intreccio tra dimensione formativa e funzione sociale pone problemi bisognevoli di qualche ulteriore approfondimento, ma manca lo spazio in questa sede. Dei tre capisaldi posti dal ministro a presidio delle sue scelte in materia di rimodulazione della scuola primaria, era saldamente fondato solo quello concernente la riduzione delle spese. Se esso fosse veramente tale da giustificare le pesanti modifiche di ordinamento introdotte in una scuola che per comune giudizio era di buon livello, dipende da quanto grave fosse, e ancora sia, la crisi economica e finanziaria del Paese. Pertanto il giudizio si colloca su altri piani e richiederebbe criteri che non attengono alla migliore organizzazione dell’apprendimento, ma a ponderazioni di più alto e generale profilo, capaci di mettere a confronto le esigenze generali della Nazione col principio costituzionalmente garantito del diritto allo studio. Forse l’estate scorsa si è persa l’occasione di agire con chiarezza e trasparenza, mettendo fin dall’inizio sul tavolo le sole motivazioni sicuramente valide: le difficoltà di bilancio e l’improcrastinabile necessità di ridurre le spese per l’istruzione, per tutto il tempo necessario al superamento della crisi. Un intervento così motivato avrebbe consentito di salvaguardare alcuni tratti dell’organizzazione modulare, realizzabili a costo zero, ormai stabilmente acquisiti al profilo professionale e alla pratica didattica dei maestri, come è da molto tempo l’apertura della classi, introdotta dalla legge 517/77 e raccomandata dal D.P.R. 275/99 sull’autonomia. E soprattutto si sarebbe evitato di celebrare una sorta di frettoloso processo contro i moduli, in realtà contro la scuola primaria, basato su labili indizi e prove poco convincenti. Il ministro e i suoi consiglieri non si sono resi conto che la condanna dei moduli equivaleva a delegittimare professionalmente un’intera generazione di maestre e di maestri, che avevano faticato non poco per impadronirsi dei nuovi registri didattici e organizzativi che l’assetto modulare richiedeva. CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL NUMERO "2" QUI SOTTO
Torna d’attualità l’autonomia delle istituzioni scolastiche, come opportunità connessa all’applicazione della norma sul maestro unico, voluta dai ministri Tremonti e Gelmini per ridurre le spese e migliorare la qualità dell’insegnamento. Sul raggiungimento del primo obiettivo nessuno ha mai avanzato dubbi, tanto evidente è subito apparso il nesso tra l’abolizione dei moduli e la riduzione del numero dei maestri e delle relative retribuzioni a carico del bilancio dello Stato. Circa il secondo obiettivo, l’incremento della qualità della didattica, i dubbi furono tanti mentre le certezze si basavano su valutazioni non sottoposte a verifica o su ricordi personali di un passato scolastico ingentilito dalla memoria.
Oltre alle ragioni riguardanti il risparmio e a quelle di natura pedagogica, militava a favore del maestro unico anche la supposta preferenza delle famiglie. Ma, alla prova dei fatti, al momento delle iscrizioni, esse mostrarono di non gradirlo, perché poteva comportare significative riduzioni dell’orario scolastico, e i genitori degli alunni, si sa, sono particolarmente sensibili alla questione della durata della permanenza dei figli dentro l’ambiente protetto e stimolante della scuola. Va da sé che questo intreccio tra dimensione formativa e funzione sociale pone problemi bisognevoli di qualche ulteriore approfondimento, ma manca lo spazio in questa sede.
Dei tre capisaldi posti dal ministro a presidio delle sue scelte in materia di rimodulazione della scuola primaria, era saldamente fondato solo quello concernente la riduzione delle spese. Se esso fosse veramente tale da giustificare le pesanti modifiche di ordinamento introdotte in una scuola che per comune giudizio era di buon livello, dipende da quanto grave fosse, e ancora sia, la crisi economica e finanziaria del Paese. Pertanto il giudizio si colloca su altri piani e richiederebbe criteri che non attengono alla migliore organizzazione dell’apprendimento, ma a ponderazioni di più alto e generale profilo, capaci di mettere a confronto le esigenze generali della Nazione col principio costituzionalmente garantito del diritto allo studio. Forse l’estate scorsa si è persa l’occasione di agire con chiarezza e trasparenza, mettendo fin dall’inizio sul tavolo le sole motivazioni sicuramente valide: le difficoltà di bilancio e l’improcrastinabile necessità di ridurre le spese per l’istruzione, per tutto il tempo necessario al superamento della crisi.
Un intervento così motivato avrebbe consentito di salvaguardare alcuni tratti dell’organizzazione modulare, realizzabili a costo zero, ormai stabilmente acquisiti al profilo professionale e alla pratica didattica dei maestri, come è da molto tempo l’apertura della classi, introdotta dalla legge 517/77 e raccomandata dal D.P.R. 275/99 sull’autonomia. E soprattutto si sarebbe evitato di celebrare una sorta di frettoloso processo contro i moduli, in realtà contro la scuola primaria, basato su labili indizi e prove poco convincenti. Il ministro e i suoi consiglieri non si sono resi conto che la condanna dei moduli equivaleva a delegittimare professionalmente un’intera generazione di maestre e di maestri, che avevano faticato non poco per impadronirsi dei nuovi registri didattici e organizzativi che l’assetto modulare richiedeva.
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Il Ministro e le sue teste pensanti non sono stati in grado di proporre motivi adeguati, dal punto di vista culturale, alle scelte operate. Per questo scelte ragionevoli dal punto di vista educativo (maestro unico) si mescolano a scelte apparentemente assurde (libri testo) e risultano accomunate dalla sola urgenza economica. C'è una debolezza di fondo di questo governo sull'idea di scuola e di educazione e quindi l'incapacità di dar vita ad un reale progetto. A mio parere non era stato così con il ministro Moratti che da un'idea precisa di scuola e di educazione (condivisibile o meno, ma in fondo bipartisan, poiché tra le sue teste pensanti molti erano già stati consulenti del ministro Berlinguer)aveva tratto le conseguenze didattiche ed operative più adeguate, riuscendo a valorizzare tutto quello che c'era da salvare del sistema precedente in una nuova prospettiva. Adesso, pur in questo caos, bisognerebbe evitare lo stesso errore fatto allora, quello che che condanna la scuola italiana alla riformabilità perenne e al precariato stabile: applichiamo le nuove norme per metterle alla prova e giudicarle. Partiamo dalla nostra esperienza quotidiana di insegnanti e genitori, ma diamo un giudizio e non fermiamoci al pre-giudizio. Soprattutto non difendiamo (o attacchiamo) dei principi astratti ma esperienze. In questo senso l'articolo di Cicardi mi sembra esemplificativo. Non saltiamo la realtà come si fa nella scuola pubblica e come sembra invitare a fare questo articolo.
Finalmente si cominciano ad aprire gli occhi su quella che è stata la scelta più tragica di questo governo: smantellare la scuola pubblica! Ma per carità, non cerchiamo di salvarci la “coscienza”, giustificandoci con l’affermazione dell’estensore dell’articolo “... dipende da quanto grave fosse, e ancora sia, la crisi economica e finanziaria del Paese.”, perché è falso e non lo sostengo per pura ideologia, basta guardare le date del piano programmatico di interventi e misure finalizzati ad un più razionale utilizzo delle risorse umane e strumentali disponibili e ad una maggiore efficacia ed efficienza del sistema scolastico, ecc. > decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. Sfido chiunque a sostenere il contrario, ma alla data del 25 giugno 2008 non c’era ancora traccia di nessuna crisi! E se consideriamo che il provvedimento è stato emanato a circa un mese dall’insediamento del nuovo governo, ci si rende perfettamente conto di quali erano gli obiettivi... E non ci dimentichiamo che non è finita! Siamo solo agli inizi e sono previsti ulteriori tagli nei prossimi due anni perché la sciagurata finanziaria era triennale!!! Ma se apriamo gli occhi, forse storicamente riusciremo a salvarci e a salvare la scuola pubblica!
articolo molto realista. non di parte. Bene. Ma diciamoci la verità. Il governo non ha un progetto di insieme. Scuola-famiglia-società. La famiglia è un soggetto sociale, e anche economico.Ma la famiglia è diventata una perfetta sconosciuta nella legge finanziaria di questo Governo”. Bambini parcheggiati, mamme trafelate, poi dobbiamo ricorrere agli psicologi, alle ass-sociali. etc etc. Povera Italia. Spero ancora che si possa risalire la china. grazie luisa
Oggi non so come è la scuola, ai miei tempi si stava bene, come a casa. Ricordo la mia maestra elementare Annamaria, ci ha cresciuti e accolti come una mamma, andavamo pure a trovarla fuori orario e le abbiamo regalato un orologio agli esami di quinta, in una festa. Chissà perchè dopo tanti anni la ricordo ancora, forse per amore?
Non so entrare nel merito dell'articolo; mi limito ad apprezzare l'ironia con cui dietro alla frase "i genitori sono particolarmente sensibili alla questione della durata della permanenza dei figli dentro l’ambiente protetto e stimolante della scuola" si cela il sorriso verso il babysitteraggio di stato (e babysitteraggio suona positivo, ma si può anche mettere "parcheggio", così suona più negativo).
Finalmente un articolo che analizza in modo serio e privo di pregiudizi politici la vera realtà della "riforma" Gelmini-Tremonti: una serie di tagli e poco più. Grazie, fa piacere ogni tanto, fra tante parole al vento, leggere un po' di realtà.
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