mercoledì 4 novembre 2009
Quando lo scontro politico oltrepassa il limite ed entra nella "stagione del fango e dei veleni", come ha scritto il direttore de Il Corriere della Sera qualche giorno fa, urge un passo indietro e una riflessione serena sullo stato di salute della politica e dell'informazione. Ne abbiamo parlato con Giovanni Minoli, giornalista e conduttore televisivo. Nell’editoriale di lunedì, Ferruccio De Bortoli ha dichiarato che il Paese non merita l’immagine di cui sta soffrendo, chiedendosi con preoccupazione come verrà giudicato dai nostri figli questo particolare momento che stiamo attraversando. Cosa ne pensa? La tesi secondo la quale il Paese è migliore della sua classe dirigente viene ripetuta da tempo e penso che sia vera in parte. Viviamo immersi in una società mediatizzata, nella quale la globalizzazione sembra aver portato più superficialità che profondità. Siamo accompagnati da una colonna sonora di rumore, più che di informazione, indirizzata al consumatore e non al cittadino. Quali sono gli effetti di questa confusione? Questo clima amplifica le autoflagellazioni di cui siamo capaci, basti pensare a quel misto di masochismo, provincialismo e autoironia con cui rappresentiamo da sempre il nostro Paese. C’è poi il malcostume diffuso di cercare sempre un alleato all’estero per battere il nemico interno. Questo provincialismo mediatico non tiene conto però dei riflessi che questo ha nel mondo. Il fango che ci tiriamo addosso è facilmente commerciabile negli altri paesi, soprattutto se tratta temi pruriginosi. Chi ha delle responsabilità a questo riguardo? Se chi gestisce i media non sente questa responsabilità direi che ha un’ignoranza colpevole. Questo, come diceva De Bortoli, non significa che i giornali non debbano dire la verità o fare le inchieste, ma dovrebbero avere un minimo di amor proprio. D’altra parte, il fatto di avere un premier con una cultura della comunicazione spettacolare, certo non aiuta. Ha degli effetti positivi in alcuni casi, penso al G8 in Abruzzo, ma complica le cose. Sempre più spesso tra l’altro tendiamo a importare modelli di tradizione anglosassone. Cosa intende? Parlo di una deriva moralistica lontana dalla nostra tradizione, che è invece legata alla cultura cattolica e a un’idea del peccato e del perdono molto diverse. È in atto una furia moralistica “vittoriana” a noi estranea, piuttosto superficiale, che in genere porta alle ghigliottine e alle reazioni. Se nell’informazione occorre registrare questa deriva, nella classe politica è riesplosa però una “questione morale”? Penso che il problema della corruzione nell’amministrazione pubblica riguardi tutti i governi del mondo. È un problema che va combattuto sapendo che è una battaglia come quella con il peccato: infinita. È importante comportarsi bene ed essere giudici severi di se stessi prima che degli altri, cosa che i moralisti spesso non fanno. Qual è invece lo stato di salute del giornalismo, soprattutto televisivo? La televisione è dominata dai talk show politici all’italiana, di cui penso tutto il male possibile: la parola viene distrutta, perde significato e si sgancia dalla realtà. Alla fine della trasmissione ci si ricorda solo chi era il conduttore. In questo contesto diventa impossibile confrontare le opinioni, la discussione scende a livello degli slogan e le persone intelligenti che vi partecipano diventano sostanzialmente “venditori di spot”. Cosa intende lei per informazione televisiva? Per me la televisione è essenzialmente un servizio al cittadino, sia che voglia rimanere aggiornato sul dibattito politico, sia che voglia distrarsi, sia che voglia acculturarsi. Se parliamo di informazione politica a mio parere il servizio migliore lo fanno le interviste approfondite e le inchieste. Sicuramente non le risse che coinvolgono solo il palazzo all’interno di se stesso, diseducando profondamente il telespettatore, che poi è anche cittadino e porta sul posto di lavoro questi modelli di comportamento. La televisione quindi ha una responsabilità educativa secondo lei? CONTINUA LA LETTURA DELL'ARTICOLO, CLICCA SUL PULSANTE QUI SOTTO
Quando lo scontro politico oltrepassa il limite ed entra nella "stagione del fango e dei veleni", come ha scritto il direttore de Il Corriere della Sera qualche giorno fa, urge un passo indietro e una riflessione serena sullo stato di salute della politica e dell'informazione. Ne abbiamo parlato con Giovanni Minoli, giornalista e conduttore televisivo. Nell’editoriale di lunedì, Ferruccio De Bortoli ha dichiarato che il Paese non merita l’immagine di cui sta soffrendo, chiedendosi con preoccupazione come verrà giudicato dai nostri figli questo particolare momento che stiamo attraversando. Cosa ne pensa? La tesi secondo la quale il Paese è migliore della sua classe dirigente viene ripetuta da tempo e penso che sia vera in parte. Viviamo immersi in una società mediatizzata, nella quale la globalizzazione sembra aver portato più superficialità che profondità. Siamo accompagnati da una colonna sonora di rumore, più che di informazione, indirizzata al consumatore e non al cittadino. Quali sono gli effetti di questa confusione? Questo clima amplifica le autoflagellazioni di cui siamo capaci, basti pensare a quel misto di masochismo, provincialismo e autoironia con cui rappresentiamo da sempre il nostro Paese. C’è poi il malcostume diffuso di cercare sempre un alleato all’estero per battere il nemico interno. Questo provincialismo mediatico non tiene conto però dei riflessi che questo ha nel mondo. Il fango che ci tiriamo addosso è facilmente commerciabile negli altri paesi, soprattutto se tratta temi pruriginosi. Chi ha delle responsabilità a questo riguardo? Se chi gestisce i media non sente questa responsabilità direi che ha un’ignoranza colpevole. Questo, come diceva De Bortoli, non significa che i giornali non debbano dire la verità o fare le inchieste, ma dovrebbero avere un minimo di amor proprio. D’altra parte, il fatto di avere un premier con una cultura della comunicazione spettacolare, certo non aiuta. Ha degli effetti positivi in alcuni casi, penso al G8 in Abruzzo, ma complica le cose. Sempre più spesso tra l’altro tendiamo a importare modelli di tradizione anglosassone. Cosa intende? Parlo di una deriva moralistica lontana dalla nostra tradizione, che è invece legata alla cultura cattolica e a un’idea del peccato e del perdono molto diverse. È in atto una furia moralistica “vittoriana” a noi estranea, piuttosto superficiale, che in genere porta alle ghigliottine e alle reazioni. Se nell’informazione occorre registrare questa deriva, nella classe politica è riesplosa però una “questione morale”? Penso che il problema della corruzione nell’amministrazione pubblica riguardi tutti i governi del mondo. È un problema che va combattuto sapendo che è una battaglia come quella con il peccato: infinita. È importante comportarsi bene ed essere giudici severi di se stessi prima che degli altri, cosa che i moralisti spesso non fanno. Qual è invece lo stato di salute del giornalismo, soprattutto televisivo? La televisione è dominata dai talk show politici all’italiana, di cui penso tutto il male possibile: la parola viene distrutta, perde significato e si sgancia dalla realtà. Alla fine della trasmissione ci si ricorda solo chi era il conduttore. In questo contesto diventa impossibile confrontare le opinioni, la discussione scende a livello degli slogan e le persone intelligenti che vi partecipano diventano sostanzialmente “venditori di spot”. Cosa intende lei per informazione televisiva? Per me la televisione è essenzialmente un servizio al cittadino, sia che voglia rimanere aggiornato sul dibattito politico, sia che voglia distrarsi, sia che voglia acculturarsi. Se parliamo di informazione politica a mio parere il servizio migliore lo fanno le interviste approfondite e le inchieste. Sicuramente non le risse che coinvolgono solo il palazzo all’interno di se stesso, diseducando profondamente il telespettatore, che poi è anche cittadino e porta sul posto di lavoro questi modelli di comportamento. La televisione quindi ha una responsabilità educativa secondo lei?
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La vita non è un gioco, ma una bella avventura, molto seria da vivere senza seriosità. Da vivere con impegno e tensione e responsabilità. Responsabilità? Sì! é italiano, vuol dire rispondere alla realtà, a ciò che accade, non sognare, non fare finta di, non reality ma realtà. Vuol dire non turbarsi per chi ti chiama moralista se la tua voce stona nel coro. Uno va a trans... sono fatti suoi! No! Prima di tutto ha una moglie e figli ma soprattutto ha una carica pubblica! Non sono fatti suoi, sono anche miei! E mi fa un certo effetto. Anche certi ospiti del Premier mi fanno un certo effetto! Non é normale! La prima ghigliottina queste persone se la fanno su di se stesse, imbrattandosi di fango! Quanto oggi, A FATTI, hanno a cuore il bene comune? Non si raggiungerebbe la percentuale dello sbarramento! Quali sarebbero i VALORI trasmessi dalla TV??? Grazie.
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