sabato 14 novembre 2009
Fanno le medie e ci disorientano. Li ricordiamo bambini con la loro freschezza e apertura al mondo e di colpo ce li ritroviamo per lo più apatici, cinici, inconcludenti, disinteressati a tutto. Una specie di mutazione - generazionale? sociale? antropologica? - che dovrebbe far sorgere spontanea una domanda: cosa è successo? Anzi cosa è stato fatto loro? Lo scarto che osserviamo fra elementari e medie non è infatti un dato di natura, non è perché sono diventati adolescenti e “allora si sa che va così”, non è un passo obbligato verso il diventar grandi. È piuttosto accaduto qualcosa per cui i nostri ragazzi si sono trasformati e chiusi. Guardandoli dal mio osservatorio particolare - lo studio professionale, in cui o li incontro direttamente o, per lo più, ne sento i racconti da genitori in difficoltà alle prese con figli cosiddetti “difficili” - dal punto di vista fenomenologico riscontro soprattutto tre punti di inciampo: - è smarrita l’esperienza della possibilità della soddisfazione personale. Apparentemente niente dura, niente soddisfa se non l’immediato, occorre sempre trovare qualcosa di nuovo di eccitante. Ne fa poi da contraltare il tenersi occupati in attività ripetitive e fisse, quali ad esempio i videogiochi sempre uguali a loro stessi, che di fronte al panorama della mancanza di soddisfazione almeno sedano un pochino l’angoscia; - è smarrita la concezione di lavoro, anzi del nesso lavoro-risultato. Voglio diventare una star del calcio, ma non mi alleno, voglio trovare una fidanzata, ma non corteggio la ragazza che mi attira, voglio fare l’università, ma non studio per la verifica di domani. Esiste uno scollamento tra risultato desiderato e lavoro per ottenerlo, perdendo il concetto di investimento: cioè che devo metterci qualcosa di mio perché possa andare come desidero. Anzi alla domanda, cosa vuoi fare da grande, sempre più spesso sento rispondere “il pensionato”. Il pensionato nell’immaginario del ragazzo riassume l’idea di chi prende i soldi senza lavorare; - è smarrito il nesso atto-conseguenza, ossia: se questo allora quello. Lo vedo in atto quando i ragazzi interrogati sul perché hanno fatto una certa cosa rispondono: “l’ho fatto perché mi è venuto in mente”, “l’ho fatto così”, “mi ha preso lo schizzo”. Soprattutto la perdita di atto per il beneficio proprio e altrui, sostituito da un atto im-mediato, ossia non mediato dal e nel rapporto. Ciò che è accaduto è che da bambini che erano sono stati omologati al pensiero di un adulto patologico. E scomodo volutamente questa parola pesante perché il prototipo della normalità psichica resta il bambino che sta bene (se non ritornerete come bambini…), tutto sbilanciato verso l’altro del rapporto, dove l’altro è percepito come fonte del proprio beneficio. CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO ">>" QUI SOTTO
Fanno le medie e ci disorientano. Li ricordiamo bambini con la loro freschezza e apertura al mondo e di colpo ce li ritroviamo per lo più apatici, cinici, inconcludenti, disinteressati a tutto. Una specie di mutazione - generazionale? sociale? antropologica? - che dovrebbe far sorgere spontanea una domanda: cosa è successo? Anzi cosa è stato fatto loro?
Lo scarto che osserviamo fra elementari e medie non è infatti un dato di natura, non è perché sono diventati adolescenti e “allora si sa che va così”, non è un passo obbligato verso il diventar grandi. È piuttosto accaduto qualcosa per cui i nostri ragazzi si sono trasformati e chiusi.
Guardandoli dal mio osservatorio particolare - lo studio professionale, in cui o li incontro direttamente o, per lo più, ne sento i racconti da genitori in difficoltà alle prese con figli cosiddetti “difficili” - dal punto di vista fenomenologico riscontro soprattutto tre punti di inciampo:
- è smarrita l’esperienza della possibilità della soddisfazione personale. Apparentemente niente dura, niente soddisfa se non l’immediato, occorre sempre trovare qualcosa di nuovo di eccitante. Ne fa poi da contraltare il tenersi occupati in attività ripetitive e fisse, quali ad esempio i videogiochi sempre uguali a loro stessi, che di fronte al panorama della mancanza di soddisfazione almeno sedano un pochino l’angoscia;
- è smarrita la concezione di lavoro, anzi del nesso lavoro-risultato. Voglio diventare una star del calcio, ma non mi alleno, voglio trovare una fidanzata, ma non corteggio la ragazza che mi attira, voglio fare l’università, ma non studio per la verifica di domani. Esiste uno scollamento tra risultato desiderato e lavoro per ottenerlo, perdendo il concetto di investimento: cioè che devo metterci qualcosa di mio perché possa andare come desidero. Anzi alla domanda, cosa vuoi fare da grande, sempre più spesso sento rispondere “il pensionato”. Il pensionato nell’immaginario del ragazzo riassume l’idea di chi prende i soldi senza lavorare;
- è smarrito il nesso atto-conseguenza, ossia: se questo allora quello. Lo vedo in atto quando i ragazzi interrogati sul perché hanno fatto una certa cosa rispondono: “l’ho fatto perché mi è venuto in mente”, “l’ho fatto così”, “mi ha preso lo schizzo”. Soprattutto la perdita di atto per il beneficio proprio e altrui, sostituito da un atto im-mediato, ossia non mediato dal e nel rapporto.
Ciò che è accaduto è che da bambini che erano sono stati omologati al pensiero di un adulto patologico. E scomodo volutamente questa parola pesante perché il prototipo della normalità psichica resta il bambino che sta bene (se non ritornerete come bambini…), tutto sbilanciato verso l’altro del rapporto, dove l’altro è percepito come fonte del proprio beneficio.
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"Di colpo ce li ritroviamo per lo più apatici, cinici, inconcludenti, disinteressati a tutto" anche perché è ignorato il loro "desiderio che li muove nel loro pensare ed agire, e che ne permetta il compiersi pieno nell’affronto con la realtà". Limitiamo al solo servizio scolastico la riflessione su queste due affermazioni: la vivacità intellettiva, la partecipazione gioiosa al lavoro di classe cessa non appena l'orientamento della didattica muta. Nei primi anni di scuola la didattica mira a promuovere specifiche competenze (il leggere, lo scrivere ... ): gli alunni colgono appieno il valore di tali acquisizioni e affrontano consapevolmente la fatica appagati dai risultati conseguiti. In seguito, quando l'attività è guidata dai saperi disciplinari, quando la richiesta è l'uniformarsi ad essi, i giovani perdono il significato del proprio agire; essi percepiscono con chiarezza che sull'ubbidienza cieca, sulla fiducia nell'adulto si fonda il cammino scolastico. Il legislatore, inascoltato, ha affrontato e risolto tale problematica disponendo che il lavoro scolastico abbia natura progettuale e sia orientato allo "sviluppo della persona umana", definendo la strumentalità delle conoscenze. La lettura dei Piani dell'Offerta Formativa elaborati dalle scuole indica, inequivocabilmente, che le prescrizioni della legge sono rimaste lettera morta. Si vedano in particolare i criteri di valutazione che, quasi esclusivamente, si sostanziano nel grado di padronanza della conoscenza.
Vorrei ringraziarLa per questo racconto della Sua esperienza. Non è il primo cui sento dire che il problema dei bambini sono gli adulti (più o meno) ma vorrei che foste di più a dirlo! Io non ho figli ma un nipotino di 4 anni e una delle cose che odio di più è sentire insegnanti o genitori partire dal presupposto che l'attività preferita del bambino è cercare di fregarli... Poi, naturalmente, vanno in giro a dire che Harry Potter e Naruto sono diseducativi. Non dico che i piccoli non ci mettano alla prova ma trattarli come nemici è aberrante. Grazie di nuovo. Umberta Mesina
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