giovedì 19 novembre 2009
Il Governo ha posto la questione di fiducia sul decreto Ronchi che oggi è stato approvato alla Camera. Il via libera finale dovrebbe arrivare con un’altra votazione oggi. L’Articolo 15 del decreto rende obbligatoria la gara a evidenza pubblica per affidare la gestione dei servizi idrici e dei rifiuti. Fino a oggi la grandissima parte dei Comuni gestivano tali servizi “in-house”, con società proprie, o attraverso imprese private o miste scelte senza gara. Ora dovranno indire entro il 2011 una gara con cui selezionare il gestore oppure un socio industriale con compiti operativi a cui riservare una quota di capitale pari almeno al 40%. Gli affidamenti storici possono sopravvivere senza la verifica della gara pubblica solo in due casi. Primo, la gara non è necessaria se il gestore è quotato in Borsa e gli Enti locali possiedono meno del 30% del capitale. Ad esempio, i Comuni proprietari di A2A, Acea o Hera oggi detengono quote maggiori del 30% e quindi dovranno fare la gara o scendere sotto tale soglia (entro il 2015). Secondo, potranno eccezionalmente proseguire con la gestione in-house quegli Enti locali - si pensi ad un piccolo Comune di montagna - che avranno dimostrato che le caratteristiche del proprio territorio non consentono la gara. A oggi l’Antitrust, il cui parere era già necessario per quanto non vincolante, non si è praticamente mai pronunciata a favore di tali richieste. Il merito della chiarezza L’Articolo 15 del decreto ha alcuni punti di forza che vanno subito riconosciuti. In paragone a precedenti interventi introduce con chiarezza un principio generale, quello della concorrenza per il mercato attraverso una gara pubblica. Non lascia spazio a deroghe e dilazioni che nel passato hanno favorito l’immobilismo e gli aspetti peggiori del lobbismo. Lascia ai Comuni la responsabilità di decidere come procedere: gara per il gestore, gara per il solo socio privato, eccezione (gestione in-house) da analizzare con l’Antitrust. Infine, qualora sia ritenuta più appropriata la gestione in-house, la società pubblica scelta senza gara è considerata un pezzo dell’amministrazione locale: i suoi debiti vengono consolidati e non partecipa in altri Comuni alla competizione che non accetta in casa propria. Macchè “privatizzazione dell’acqua” Molte associazioni e gruppi politici hanno subito riavviato la ormai tradizionale mobilitazione contro l’“acqua privata” e i rincari delle tariffe. Innanzitutto va ribadito che l’Articolo 15 di per sé non impone nessuna privatizzazione. Se l’attuale gestore pubblico o misto è efficiente e offre un servizio di qualità può presentare un’offerta buona nelle componenti economiche e nelle componenti tecniche e potrà probabilmente essere riconfermato. CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Il Governo ha posto la questione di fiducia sul decreto Ronchi che oggi è stato approvato alla Camera. Il via libera finale dovrebbe arrivare con un’altra votazione oggi. L’Articolo 15 del decreto rende obbligatoria la gara a evidenza pubblica per affidare la gestione dei servizi idrici e dei rifiuti.
Fino a oggi la grandissima parte dei Comuni gestivano tali servizi “in-house”, con società proprie, o attraverso imprese private o miste scelte senza gara. Ora dovranno indire entro il 2011 una gara con cui selezionare il gestore oppure un socio industriale con compiti operativi a cui riservare una quota di capitale pari almeno al 40%.
Gli affidamenti storici possono sopravvivere senza la verifica della gara pubblica solo in due casi. Primo, la gara non è necessaria se il gestore è quotato in Borsa e gli Enti locali possiedono meno del 30% del capitale. Ad esempio, i Comuni proprietari di A2A, Acea o Hera oggi detengono quote maggiori del 30% e quindi dovranno fare la gara o scendere sotto tale soglia (entro il 2015).
Secondo, potranno eccezionalmente proseguire con la gestione in-house quegli Enti locali - si pensi ad un piccolo Comune di montagna - che avranno dimostrato che le caratteristiche del proprio territorio non consentono la gara. A oggi l’Antitrust, il cui parere era già necessario per quanto non vincolante, non si è praticamente mai pronunciata a favore di tali richieste.
Il merito della chiarezza
L’Articolo 15 del decreto ha alcuni punti di forza che vanno subito riconosciuti. In paragone a precedenti interventi introduce con chiarezza un principio generale, quello della concorrenza per il mercato attraverso una gara pubblica. Non lascia spazio a deroghe e dilazioni che nel passato hanno favorito l’immobilismo e gli aspetti peggiori del lobbismo.
Lascia ai Comuni la responsabilità di decidere come procedere: gara per il gestore, gara per il solo socio privato, eccezione (gestione in-house) da analizzare con l’Antitrust. Infine, qualora sia ritenuta più appropriata la gestione in-house, la società pubblica scelta senza gara è considerata un pezzo dell’amministrazione locale: i suoi debiti vengono consolidati e non partecipa in altri Comuni alla competizione che non accetta in casa propria.
Macchè “privatizzazione dell’acqua”
Molte associazioni e gruppi politici hanno subito riavviato la ormai tradizionale mobilitazione contro l’“acqua privata” e i rincari delle tariffe. Innanzitutto va ribadito che l’Articolo 15 di per sé non impone nessuna privatizzazione. Se l’attuale gestore pubblico o misto è efficiente e offre un servizio di qualità può presentare un’offerta buona nelle componenti economiche e nelle componenti tecniche e potrà probabilmente essere riconfermato.
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