giovedì 19 novembre 2009
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Inoltre, la battaglia per l’“acqua pubblica” è ambigua sotto molti punti di vista. La gestione di tipo pubblico ha molte possibilità anche con la nuova legge. Il Comune può limitarsi a scegliere un socio industriale di minoranza per le attività operative. Può presentare al pubblico e all’Antitrust le proprie buone ragioni e proseguire con la gestione “in-house”. Può far partecipare alla gara l’ottima società pubblica di cui è socio. Va poi riconosciuto che le tariffe bassissime delle città italiane impediscono gli investimenti tanto necessari sia per proteggere l’ambiente sia per superare lo scandalo delle città prive di acqua diverse settimane all’anno. Infine, perché nascondere il fatto che se le tariffe sono basse non lo sono invece i sussidi pubblici - e quindi le tasse - con cui sono coperte le perdite di molti degli attuali gestori? Perché non dire chiaramente che un eventuale gestore privato non diventerà proprietario né dell’acqua né degli acquedotti, che restano pubblici? Vinca il migliore!: un auspicio, non ancora una realtà Si può dunque dire che l’approccio sotteso alla nuova legge permette di fare alcuni passi in avanti. Restano aperte alcune questioni importanti, tuttavia. Dal punto di vista del metodo, il ricorso alla fiducia è un male, reso forse necessario dall’esperienza delle forche caudine parlamentari che avevano caratterizzato il ddl Lanzillotta. Tuttavia risulta amaro avere sacrificato la condivisione di una questione così importante. Soprattutto perché, dal punto di vista del merito, la legge richiede per la propria attuazione numerose misure amministrative di accompagnamento. Cito quattro azioni che risultano decisive per una gara efficace e quindi per l’effettiva liberalizzazione del settore. La misura più necessaria è la realizzazione di osservatori nazionali o regionali della qualità e dei costi del servizio. Sulla base delle analisi periodiche degli osservatori, gli Enti locali potranno scegliere a ragion veduta il gestore, pubblico o privato che sia, senza timore di sacrificare la qualità del servizio al profitto e i cittadini potranno giudicare la validità della scelta. In secondo luogo, occorre permettere ai Comuni di mettere a gara solo la gestione operativa del servizio, tracciando una linea di separazione rispetto agli investimenti di sviluppo infrastrutturale. Gli investimenti di manutenzione e modernizzazione hanno infatti tempi lunghi di realizzazione e di ritorno economico e possono essere pregiudicati da affidamenti di breve durata. CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO, CLICCA IL SIMBOLO >> QUI SOTTO
Inoltre, la battaglia per l’“acqua pubblica” è ambigua sotto molti punti di vista. La gestione di tipo pubblico ha molte possibilità anche con la nuova legge. Il Comune può limitarsi a scegliere un socio industriale di minoranza per le attività operative. Può presentare al pubblico e all’Antitrust le proprie buone ragioni e proseguire con la gestione “in-house”. Può far partecipare alla gara l’ottima società pubblica di cui è socio.
Va poi riconosciuto che le tariffe bassissime delle città italiane impediscono gli investimenti tanto necessari sia per proteggere l’ambiente sia per superare lo scandalo delle città prive di acqua diverse settimane all’anno. Infine, perché nascondere il fatto che se le tariffe sono basse non lo sono invece i sussidi pubblici - e quindi le tasse - con cui sono coperte le perdite di molti degli attuali gestori? Perché non dire chiaramente che un eventuale gestore privato non diventerà proprietario né dell’acqua né degli acquedotti, che restano pubblici?
Vinca il migliore!: un auspicio, non ancora una realtà
Si può dunque dire che l’approccio sotteso alla nuova legge permette di fare alcuni passi in avanti. Restano aperte alcune questioni importanti, tuttavia.
Dal punto di vista del metodo, il ricorso alla fiducia è un male, reso forse necessario dall’esperienza delle forche caudine parlamentari che avevano caratterizzato il ddl Lanzillotta. Tuttavia risulta amaro avere sacrificato la condivisione di una questione così importante. Soprattutto perché, dal punto di vista del merito, la legge richiede per la propria attuazione numerose misure amministrative di accompagnamento. Cito quattro azioni che risultano decisive per una gara efficace e quindi per l’effettiva liberalizzazione del settore.
La misura più necessaria è la realizzazione di osservatori nazionali o regionali della qualità e dei costi del servizio. Sulla base delle analisi periodiche degli osservatori, gli Enti locali potranno scegliere a ragion veduta il gestore, pubblico o privato che sia, senza timore di sacrificare la qualità del servizio al profitto e i cittadini potranno giudicare la validità della scelta.
In secondo luogo, occorre permettere ai Comuni di mettere a gara solo la gestione operativa del servizio, tracciando una linea di separazione rispetto agli investimenti di sviluppo infrastrutturale. Gli investimenti di manutenzione e modernizzazione hanno infatti tempi lunghi di realizzazione e di ritorno economico e possono essere pregiudicati da affidamenti di breve durata.
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