venerdì 20 novembre 2009
Scelgo le parole di Emmanuel Levinas, colui che più di molti altri nel terribile Novecento, forgiato nell'esperienza di un campo di concentramento nazista dal quale fu l'unico della sua famiglia a sopravvivere, ispirò l'intera sua riflessione partendo dalla Bibbia alla comprensione e all'esperienza dell'Altro. Per lui la filosofia stessa era conoscenza dell'amore e non amore per la conoscenza, e l'etica stessa era esperienza della conoscenza dell'Altro. Scriveva Levinas: “nell'avvenimento dello scambio – nel quale il denaro si inserisce e comincia a svolgere quel ruolo di mediatore al quale non smette poi di riferirsi – l'uomo fa ricorso all'altro uomo nell'incontro, che non è semplice giustapposizione di individuo e individuo, né violenza di una conquista o percezione di un oggetto che si offra alla sua verità, ma un faccia-a-faccia con l'altro uomo che, già silenziosamente, in modo preciso l'interpella e al quale dà risposta: dichiarazione di pace nello shalom o saluto augurale nel buongiorno”. “Nel denaro – proseguiva - non può essere dimenticata questa prossimità interumana, trascendenza e socialità che già l'attraversa, da unico a unico, da straniero a straniero, transazione da cui ogni denaro procede e ogni denaro rianima”. Levinas scriveva queste parole nel suo L'Argent, proprio nei mesi in cui vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino, e il mondo diventava “uno” nella globalizzazione. Mi ha sempre molto colpito, la modalità limpida e tagliente con la quale il grande filosofo ebreo affronta il problema essenziale per me liberista e marginalista austriaco, il problema dell'individuo come attore economico: anche per Levinas esso rappresenta il problema centrale. Ma nel senso che innanzitutto esso chiede costantemente una conversione. A distanza di un anno mezzo dai primi segni della crisi finanziaria che ci ha portato poi alla più grave crisi dell'economia reale nel secondo dopoguerra, mentre siamo alle prese con la dimensione totalmente irrisolta della finanziarizzazione dell'economia e della spersonalizzazione cogente in cui la finanza per la finanza si risolve, mi sembra che Levinas costituisca il punto dal quale ripartire. CONTINUA LA LETTURA DELL'ARTICOLO, CLICCA SUL PULSANTE >> PER PROSEGUIRE
Scelgo le parole di Emmanuel Levinas, colui che più di molti altri nel terribile Novecento, forgiato nell'esperienza di un campo di concentramento nazista dal quale fu l'unico della sua famiglia a sopravvivere, ispirò l'intera sua riflessione partendo dalla Bibbia alla comprensione e all'esperienza dell'Altro. Per lui la filosofia stessa era conoscenza dell'amore e non amore per la conoscenza, e l'etica stessa era esperienza della conoscenza dell'Altro.
Scriveva Levinas: “nell'avvenimento dello scambio – nel quale il denaro si inserisce e comincia a svolgere quel ruolo di mediatore al quale non smette poi di riferirsi – l'uomo fa ricorso all'altro uomo nell'incontro, che non è semplice giustapposizione di individuo e individuo, né violenza di una conquista o percezione di un oggetto che si offra alla sua verità, ma un faccia-a-faccia con l'altro uomo che, già silenziosamente, in modo preciso l'interpella e al quale dà risposta: dichiarazione di pace nello shalom o saluto augurale nel buongiorno”. “Nel denaro – proseguiva - non può essere dimenticata questa prossimità interumana, trascendenza e socialità che già l'attraversa, da unico a unico, da straniero a straniero, transazione da cui ogni denaro procede e ogni denaro rianima”.
Levinas scriveva queste parole nel suo L'Argent, proprio nei mesi in cui vent'anni fa cadeva il Muro di Berlino, e il mondo diventava “uno” nella globalizzazione. Mi ha sempre molto colpito, la modalità limpida e tagliente con la quale il grande filosofo ebreo affronta il problema essenziale per me liberista e marginalista austriaco, il problema dell'individuo come attore economico: anche per Levinas esso rappresenta il problema centrale. Ma nel senso che innanzitutto esso chiede costantemente una conversione.
A distanza di un anno mezzo dai primi segni della crisi finanziaria che ci ha portato poi alla più grave crisi dell'economia reale nel secondo dopoguerra, mentre siamo alle prese con la dimensione totalmente irrisolta della finanziarizzazione dell'economia e della spersonalizzazione cogente in cui la finanza per la finanza si risolve, mi sembra che Levinas costituisca il punto dal quale ripartire.
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Commentare Giannino è come aggiungere una pagina ad un romanzo di Greene, sarebbe una volgarizzazzione. Conscio di ciò mi limito a suggerire un piccolo primo passo che va nella direzione che Giannino mi pare indicare da mesi, cioè passare all'azione. Su questo sito c'è la pubblicità di una società che svolge un'attività (trading in cambi) che sappiamo tutti essere attività del tutto inadatta ai retail e a chi non è esperto, la quale, in assenza di più stringente regolamentazione, sarebbe forse meglio non pubblicizzare. Troppo alte le leve con cui si può operare, le quali vanno proprio nel senso di una finanziarizzazione senza scopo nella gestione del risparmio che finisce così nelle tasche di intermediari d'oltreoceano che a differenza del signor Rossi gli algoritmi addirittura li creano, oltre ad usarli, peraltro, spesso, male.
Ha ragione oscar...
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