lunedì 1 settembre 2008
Mentre neppure un liberista-globalista come Mario Monti contesta più l’“economia sociale di mercato” riproposta da Giulio Tremonti, la ristrutturazione di Alitalia offre un primo terreno di riflessione: concreto, accidentato ma completo. Anzitutto il "piano Fenice" concepito da Intesa Sanpaolo su invito del Governo Berlusconi ha dalla sua il fatto di esser stato realizzato: almeno nel suo step iniziale, cioè nell'aver aggregato un miliardo di investimenti privati nazionali per il rilancio di un'azienda dissestata sia sul piano industriale (troppi costi e gestione non più competitiva) che su quello finanziario (alto indebitamento accumulato). Non era scontato e i critici hanno dovuto rifugiarsi nella polemica consueta sulla commistione tra politica e affari e nella previsione allarmistica della non sostenibilità di un'operazione "non di mercato". Ma è un fatto che il Governo Berlusconi ha mobilitato risorse private nazionali e ha avviato il fallimento pilotato di Alitalia laddove il Governo Prodi, appena sei mesi fa, non aveva saputo concretizzare la disponibilità di Air France ad intervenire a condizioni paragonabili (e forse più favorevoli per azionisti, debitori e dipendenti). In marzo fu il sindacato a dire no a Prodi e il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, commise un errore probabilmente non calcolato nel non chiedere al Governo, pur dimissionario, di procedere con una ristrutturazione di Alitalia molto "da manuale". Ma è anche vero che oggi, mentre tempi e scenari cambiano vertiginosamente, oggi appare sempre più da "da manuale" il metodo Berlusconi-Tremonti che solo quest'inverno veniva bollato come avventurismo populista, come una boutade avviluppata nei pretesi conflitti d'interesse strutturali del Cavaliere. Il quale resta invece uno dei campioni dell'imprenditoria di questo Paese, anche se il voto degli italiani ne ha fatto il premier per la terza volta. E se il vecchio "industriale pubblico" Prodi ha mancato la sua ultima privatizzazione, l'irriducibile imprenditore privato Berlusconi ha imboccato con decisione la strada del "salvataggio nazionale" per una compagnia che un paese come l'Italia non può permettersi di rottamare gratis. Una privatizzazione lontano dalla Borsa, avendo come piedistallo le grandi banche (a Intesa Sanpaolo si affiancherà con tutta probabilità Mediobanca) e grandi nomi del capitalismo italiano come Marco Tronchetti Provera e Salvatore Ligresti. Esuberi e perdite andranno in parte a caricare l'Erario, ma il costo ora è bloccato e sul mercato (cioè nei portafogli dei risparmiatori privati) non finiranno più pericolose obbligazioni mascherate dall'apparente garanzia pubblica. Ancora, sul piano politico-istituzionale, Berlusconi ha affidato sia la "vecchia" che la "nuova" Alitalia a due figure vicine allo schieramento di opposizione: Augusto Fantozzi e Roberto Colaninno. Ammesso e non concesso che Alitalia torni a essere un affare nel medio periodo, e che la ristrutturazione comporti passaggi difficili nelle relazioni sindacali e nella gestione degli indotti aeroportuali, nessuno potrà accusare l'amministrazione di centro-destra al Governo di gestione di parte, anzi. Dopo quattro anni impiegati dal circolo politico-industriale di Luca Cordero di Montezemolo - per molto tempo contiguo a Prodi e al Pd - a propugnare il "gioco di squadra per il made in Italy", è arrivato Berlusconi a dare sostanza al concetto di "Azienda Paese". In questo è stato certamente aiutato dallo sconvolgimenti degli orizzonti politico-economici planetari: laddove il crollo del vecchio sistema delle grandi banche d'affari anglosassoni e l'avvento dei fondi sovrani e dei nuovi potentati dell'Est (dalla Russia alla Cina) ha reso improvvisamente provinciali e fragili gli ultimi conflitti domestici: tra classi, corporazioni, fazioni finanziarie. La privatizzazione dell'agonizzante Alitalia del 2008 non si presenta certamente un pranzo di gala (ma lo sono state davvero quelle ricche e sgargianti degli anni '90?). E comunque è ancora agli inizi di un cammino che si annuncia faticoso. Ma il "deal" maturato tra il premier Berlusconi e i 16 (per ora) partner della Compagnia aerea italiana, vince in questa fase senza appello sulla rinuncia paralizzante di Prodi di fronte ai "suoi sindacati" e all'ideale alleanza internazionale di tutti i teorici delle liberalizzazioni-toccasana.
Mentre neppure un liberista-globalista come Mario Monti contesta più l’“economia sociale di mercato” riproposta da Giulio Tremonti, la ristrutturazione di Alitalia offre un primo terreno di riflessione: concreto, accidentato ma completo. Anzitutto il "piano Fenice" concepito da Intesa Sanpaolo su invito del Governo Berlusconi ha dalla sua il fatto di esser stato realizzato: almeno nel suo step iniziale, cioè nell'aver aggregato un miliardo di investimenti privati nazionali per il rilancio di un'azienda dissestata sia sul piano industriale (troppi costi e gestione non più competitiva) che su quello finanziario (alto indebitamento accumulato).
Non era scontato e i critici hanno dovuto rifugiarsi nella polemica consueta sulla commistione tra politica e affari e nella previsione allarmistica della non sostenibilità di un'operazione "non di mercato". Ma è un fatto che il Governo Berlusconi ha mobilitato risorse private nazionali e ha avviato il fallimento pilotato di Alitalia laddove il Governo Prodi, appena sei mesi fa, non aveva saputo concretizzare la disponibilità di Air France ad intervenire a condizioni paragonabili (e forse più favorevoli per azionisti, debitori e dipendenti). In marzo fu il sindacato a dire no a Prodi e il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, commise un errore probabilmente non calcolato nel non chiedere al Governo, pur dimissionario, di procedere con una ristrutturazione di Alitalia molto "da manuale". Ma è anche vero che oggi, mentre tempi e scenari cambiano vertiginosamente, oggi appare sempre più da "da manuale" il metodo Berlusconi-Tremonti che solo quest'inverno veniva bollato come avventurismo populista, come una boutade avviluppata nei pretesi conflitti d'interesse strutturali del Cavaliere. Il quale resta invece uno dei campioni dell'imprenditoria di questo Paese, anche se il voto degli italiani ne ha fatto il premier per la terza volta. E se il vecchio "industriale pubblico" Prodi ha mancato la sua ultima privatizzazione, l'irriducibile imprenditore privato Berlusconi ha imboccato con decisione la strada del "salvataggio nazionale" per una compagnia che un paese come l'Italia non può permettersi di rottamare gratis. Una privatizzazione lontano dalla Borsa, avendo come piedistallo le grandi banche (a Intesa Sanpaolo si affiancherà con tutta probabilità Mediobanca) e grandi nomi del capitalismo italiano come Marco Tronchetti Provera e Salvatore Ligresti. Esuberi e perdite andranno in parte a caricare l'Erario, ma il costo ora è bloccato e sul mercato (cioè nei portafogli dei risparmiatori privati) non finiranno più pericolose obbligazioni mascherate dall'apparente garanzia pubblica. Ancora, sul piano politico-istituzionale, Berlusconi ha affidato sia la "vecchia" che la "nuova" Alitalia a due figure vicine allo schieramento di opposizione: Augusto Fantozzi e Roberto Colaninno. Ammesso e non concesso che Alitalia torni a essere un affare nel medio periodo, e che la ristrutturazione comporti passaggi difficili nelle relazioni sindacali e nella gestione degli indotti aeroportuali, nessuno potrà accusare l'amministrazione di centro-destra al Governo di gestione di parte, anzi.
Dopo quattro anni impiegati dal circolo politico-industriale di Luca Cordero di Montezemolo - per molto tempo contiguo a Prodi e al Pd - a propugnare il "gioco di squadra per il made in Italy", è arrivato Berlusconi a dare sostanza al concetto di "Azienda Paese". In questo è stato certamente aiutato dallo sconvolgimenti degli orizzonti politico-economici planetari: laddove il crollo del vecchio sistema delle grandi banche d'affari anglosassoni e l'avvento dei fondi sovrani e dei nuovi potentati dell'Est (dalla Russia alla Cina) ha reso improvvisamente provinciali e fragili gli ultimi conflitti domestici: tra classi, corporazioni, fazioni finanziarie. La privatizzazione dell'agonizzante Alitalia del 2008 non si presenta certamente un pranzo di gala (ma lo sono state davvero quelle ricche e sgargianti degli anni '90?). E comunque è ancora agli inizi di un cammino che si annuncia faticoso. Ma il "deal" maturato tra il premier Berlusconi e i 16 (per ora) partner della Compagnia aerea italiana, vince in questa fase senza appello sulla rinuncia paralizzante di Prodi di fronte ai "suoi sindacati" e all'ideale alleanza internazionale di tutti i teorici delle liberalizzazioni-toccasana.
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