martedì 7 ottobre 2008
Il "maanchismo" al potere. Non appare la strategia migliore quella di cambiare spesso e volentieri tono verso la maggioranza e il governo. E invece Walter Veltroni lo ha fatto di nuovo, assumendo atteggiamenti dipietristi verso il premier Berlusconi e chiudendo definitivamente la porta al dialogo tra schieramenti. Una brutta notizia per il Paese, a meno che il leader del PD non abbia in mente un piano B. I segnali sono stati moltissimi nelle ultime due settimane: prima la vicenda Alitalia, che ha creato la querelle morale e verbale tra premier e leader dell'opposizione, quindi le scaramucce sul ruolo delle istituzioni e sul lodo Alfano. Infine, il dibattio sull'antifascismo e sul rischio che l'Italia diventi come la Russia o, peggio, come l'Argentina. Sembra consolidarsi un asse più duro e intransigente tra la CGIL e il PD veltroniano, che ha peraltro buttato via definitivamente l'esperienza prodiana. E ciò accade in un momento in cui molti soggetti del mondo politico, produttivo, istituzionale si stanno stringendo "a coorte". In un eccesso molto vicino alla excusatio non petita, Veltroni ha anche detto che non si dimetterà anche in caso di sconfitta del PD alle elezioni europee. E questa dichiarazione è arrivata a poche ore dall'adrenalina di un presunto sondaggio che, a detta di Veltroni, darebbe il PD al 30%. In effetti, la parabola veltroniana potrebbe concludersi prima, nell'attimo in cui, il mese prossimo, si tireranno le somme della manifestazione di piazza di fine ottobre e si conteranno le tessere che il partito avrà incassato; o meglio, le sue correnti. Perché ormai nessuno più ha timore di autodefinirsi tale. Dopo D'Alema, sempre più convinto che con Berlusconi ci possa essere più di un feeling, è stata la volta di Rutelli e poi di Parisi. Lo sgretolamento appare ormai irreversibile e prima o poi qualcuno, nel centrosinistra, si deciderà a staccare la spina o del leader o del partito stesso. I prossimi leader scaldano i motori: in pole position lo stesso Rutelli, ovviamente D'Alema, ma anche Enrico Letta. La sorpresa sarà vedere se e come sapranno stare assieme. La strategia di Veltroni è fallimentare, ormai senza appello. In piazza, a fine ottobre, si urlerà molto. Quanto e forse più di Di Pietro a piazza Navona. A proposito: il leader di IDV elogia pubblicamente Maroni, tradendo la sua vera natura di uomo di destra prestato al populismo. Molta confusione? Senza dubbio, quella che impera nel centro-sinistra. E il governo Berlusconi si rafforza.
Il "maanchismo" al potere. Non appare la strategia migliore quella di cambiare spesso e volentieri tono verso la maggioranza e il governo. E invece Walter Veltroni lo ha fatto di nuovo, assumendo atteggiamenti dipietristi verso il premier Berlusconi e chiudendo definitivamente la porta al dialogo tra schieramenti. Una brutta notizia per il Paese, a meno che il leader del PD non abbia in mente un piano B.
I segnali sono stati moltissimi nelle ultime due settimane: prima la vicenda Alitalia, che ha creato la querelle morale e verbale tra premier e leader dell'opposizione, quindi le scaramucce sul ruolo delle istituzioni e sul lodo Alfano. Infine, il dibattio sull'antifascismo e sul rischio che l'Italia diventi come la Russia o, peggio, come l'Argentina.
Sembra consolidarsi un asse più duro e intransigente tra la CGIL e il PD veltroniano, che ha peraltro buttato via definitivamente l'esperienza prodiana. E ciò accade in un momento in cui molti soggetti del mondo politico, produttivo, istituzionale si stanno stringendo "a coorte". In un eccesso molto vicino alla excusatio non petita, Veltroni ha anche detto che non si dimetterà anche in caso di sconfitta del PD alle elezioni europee. E questa dichiarazione è arrivata a poche ore dall'adrenalina di un presunto sondaggio che, a detta di Veltroni, darebbe il PD al 30%.
In effetti, la parabola veltroniana potrebbe concludersi prima, nell'attimo in cui, il mese prossimo, si tireranno le somme della manifestazione di piazza di fine ottobre e si conteranno le tessere che il partito avrà incassato; o meglio, le sue correnti. Perché ormai nessuno più ha timore di autodefinirsi tale. Dopo D'Alema, sempre più convinto che con Berlusconi ci possa essere più di un feeling, è stata la volta di Rutelli e poi di Parisi.
Lo sgretolamento appare ormai irreversibile e prima o poi qualcuno, nel centrosinistra, si deciderà a staccare la spina o del leader o del partito stesso.
I prossimi leader scaldano i motori: in pole position lo stesso Rutelli, ovviamente D'Alema, ma anche Enrico Letta. La sorpresa sarà vedere se e come sapranno stare assieme. La strategia di Veltroni è fallimentare, ormai senza appello. In piazza, a fine ottobre, si urlerà molto. Quanto e forse più di Di Pietro a piazza Navona. A proposito: il leader di IDV elogia pubblicamente Maroni, tradendo la sua vera natura di uomo di destra prestato al populismo. Molta confusione? Senza dubbio, quella che impera nel centro-sinistra. E il governo Berlusconi si rafforza.
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