giovedì 30 ottobre 2008
Sciopero e manifestazione su scuola e università: protagonista negativo è ancora “la Gelmini”. Ma “la Gelmini” non è il problema. Il Ministro dell’Istruzione è responsabile di una legge che intende razionalizzare e ridurre la spesa. Si può e si deve discutere. Possibilità e tempo ce ne sono, data la limitatezza e la dilazione del provvedimento (gli aspetti economici verranno attuati dal 2010). Tuttavia la proposta di alternative non verrà dal vociare delle dimostrazioni, perché proprio queste costituiscono il problema di scuola e università. Parlo di quest’ultima, in cui lavoro. Mi sono iscritto a Medicina, Milano, nel 1967. A dicembre abbiamo occupato. Da allora tutti gli anni ci sono stati, oltre a occupazioni, scioperi, blocchi, proteste, vandalismi e quant’altro, in un numero variabile di atenei. L’abitudine si è diffusa alla scuola, a inizio anno, con prolungamenti fino alle vacanze di Natale. Ora i ribelli sono una minoranza sempre più piccola e povera di contenuti, ma il rumore e la confusione che fanno sono sempre notevoli. Infatti un fenomeno di contestazione così persistente non è solo studentesco. Ha il sostegno e la complicità degli adulti, dentro e fuori le aule. Sembra un metodo scelto per sfogare il malcontento e la frustrazione di un cambiamento mancato, e anzi di un peggioramento in atto. Ma è un metodo corrosivo. Non c’è istituzione che possa reggere a quarant’anni di rivoluzione strisciante e di demagogia conseguente. In effetti l’università italiana ha perso il suo prestigio internazionale e vacilla paurosamente verso l’insignificanza sociale. D’altra parte, l’università, in quanto luogo di formazione dell’elite della società, è lo specchio di questa e anche la società italiana ha perso molto in capacità di lavoro e tecnologia. Sembrerebbe una situazione disperante e non perché non vi siano rimedi, ma perché, dato il basso livello raggiunto, ne sono proposti troppi, tutti giusti, prioritari e quindi in conflitto tra di loro. Non si sa da che parte incominciare. Contro-appelli e contro-manifestazioni aumentano la confusione generale. Ministri assai più esperti della Gelmini, anche di sinistra, sono stati insultati allo stesso modo. Il ricorso all’ordine pubblico spaventa anche chi lo propone, e non senza ragione. Eppure una possibilità ci deve essere perché non siamo finiti, checché ne dicano le classifiche internazionali. Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più. Grazie dell’ospitalità. (Il Foglio, 30 Ottobre 2008)
Sciopero e manifestazione su scuola e università: protagonista negativo è ancora “la Gelmini”. Ma “la Gelmini” non è il problema. Il Ministro dell’Istruzione è responsabile di una legge che intende razionalizzare e ridurre la spesa. Si può e si deve discutere. Possibilità e tempo ce ne sono, data la limitatezza e la dilazione del provvedimento (gli aspetti economici verranno attuati dal 2010). Tuttavia la proposta di alternative non verrà dal vociare delle dimostrazioni, perché proprio queste costituiscono il problema di scuola e università. Parlo di quest’ultima, in cui lavoro.
Mi sono iscritto a Medicina, Milano, nel 1967. A dicembre abbiamo occupato. Da allora tutti gli anni ci sono stati, oltre a occupazioni, scioperi, blocchi, proteste, vandalismi e quant’altro, in un numero variabile di atenei. L’abitudine si è diffusa alla scuola, a inizio anno, con prolungamenti fino alle vacanze di Natale. Ora i ribelli sono una minoranza sempre più piccola e povera di contenuti, ma il rumore e la confusione che fanno sono sempre notevoli. Infatti un fenomeno di contestazione così persistente non è solo studentesco. Ha il sostegno e la complicità degli adulti, dentro e fuori le aule. Sembra un metodo scelto per sfogare il malcontento e la frustrazione di un cambiamento mancato, e anzi di un peggioramento in atto. Ma è un metodo corrosivo. Non c’è istituzione che possa reggere a quarant’anni di rivoluzione strisciante e di demagogia conseguente. In effetti l’università italiana ha perso il suo prestigio internazionale e vacilla paurosamente verso l’insignificanza sociale. D’altra parte, l’università, in quanto luogo di formazione dell’elite della società, è lo specchio di questa e anche la società italiana ha perso molto in capacità di lavoro e tecnologia.
Sembrerebbe una situazione disperante e non perché non vi siano rimedi, ma perché, dato il basso livello raggiunto, ne sono proposti troppi, tutti giusti, prioritari e quindi in conflitto tra di loro. Non si sa da che parte incominciare. Contro-appelli e contro-manifestazioni aumentano la confusione generale. Ministri assai più esperti della Gelmini, anche di sinistra, sono stati insultati allo stesso modo. Il ricorso all’ordine pubblico spaventa anche chi lo propone, e non senza ragione.
Eppure una possibilità ci deve essere perché non siamo finiti, checché ne dicano le classifiche internazionali. Nell’università italiana ci sono esperienze di comunità, insegnamento e ricerca dove si impara non solo a studiare, ma a vivere. Si impara cioè una cultura, che è la vera anima della scuola, che è libera e non di Stato, non solo perché, come vediamo, lo Stato non può darla, ma perché è meglio che non la dia. Bisogna che i protagonisti di queste esperienze amino la loro libertà, non cedano alla tentazione di delegarla ad altri o a un ribellismo impotente che cerchi di bruciare le tappe. E’ responsabilità degli studenti che non vogliono perdere il tempo – che è della vita e non dell’università – e soprattutto dei docenti che vogliono essere tali, ovvero propositivi della positività di conoscenza e tradizione che li sostiene. Al punto in cui siamo, per ricostruire ci vorranno anni, se non decenni. D’altra parte, la politica, se vuole concorrere allo sviluppo pacifico, non può essere che democrazia e compromesso. Gridare per le strade o sui binari della ferrovia, ora, non serve più. Grazie dell’ospitalità.
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