IL FIGLIO PIU' PICCOLO/ Chi ha detto che De Sica è solo cinepanettoni e spot dei telefonini?
Beppe Musicco
mercoledì 24 febbraio 2010
Non dev’essere facile per Christian De Sica, a quasi sessant’anni, fare l’attore e ancora convivere col fantasma ingombrante del padre. D’altronde, quando Vittorio De Sica accettava di interpretare filmetti commerciali per compensare le perdite al gioco nei Casinò di mezza Europa, quel che ne usciva erano alcune delle migliori commedie del dopoguerra, sul tipo di Pane, amore e fantasia o I due marescialli, titoli che nell’immaginario dello spettatore possono benissimo stare alla pari con Miracolo a Milano o La ciociara, solo per citare due delle tante straordinarie regie di De Sica senior.
Christian, invece, inanella successi natalizi al botteghino degni di una macchina da guerra, rendendo felicissimi registi e produttori, ma sotto sotto anche lui vorrebbe essere ricordato per qualcosa di meglio dei cinepanettoni in cui alterna ruoli da fedifrago e da cornuto, o delle stantie pubblicità delle compagnie telefoniche.
Il problema è che quando Christian ha provato a mettersi dietro la macchina da presa, il risultato è stato tutt’altro che esaltante: chi si ricorda di Simpatici e antipatici o di Uomini uomini uomini (ma con un titolo così, che si aspettava?). Eppure Christian ha tante delle doti del padre: una recitazione naturale, una faccia istintivamente simpatica, una bella voce capace di tante intonazioni, una versatilità indiscussa.
È un peccato che i registi non lo valorizzino maggiormente, questa è la prima cosa che si pensa dopo aver visto Il figlio più piccolo, di Pupi Avati. De Sica interpreta Luciano Baietti, un imprenditore truffaldino, manovrato a sua volta da un abile commercialista (un altrettanto bravo Luca Zingaretti).
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