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CASO PANAHI/ L’autore de Il cerchio è in un carcere iraniano. Perché i difensori di Polanski non gridano allo scandalo?
CASO PANAHI/ L’autore de Il cerchio è in un carcere iraniano. Perché i difensori di Polanski non gridano allo scandalo?
Antonio Autieri

venerdì 5 marzo 2010

L’arresto di Jafar Panahi non può non allarmare la comunità, cinematografica e civile, internazionale. Ancora una volta, un regime dispotico cerca di chiudere la bocca alle libere espressioni. E il regime dell’Iran degli ayatollah e del presidente Mahmoud Ahmadinejad non solo non fa eccezioni ma è tra i più ferrei nel contenere prima e reprimere adesso le personalità più coraggiose. E di coraggio ne ha sempre avuto molto Jafar Panahi, più di altri maestri del cinema iraniano.


Ma forse, in attesa di forme di protesta più forti (ci saranno?) delle prese di posizione istituzionali prese finora in Italia, è il caso di ricordare il suo valore di artista a chi non lo conosce come merita.


Panahi, nato nel 1950, si inserì a metà anni 90 nel solco di quel cinema esploso ormai da qualche tempo all’attenzione dei festival internazionali: assistente di uno dei due caposcuola riconosciuti, Abbas Kiarostami (l’altro è Mohsen Makhmalbaf), nell’entusiasmante Sotto gli ulivi (1994), Panahi debuttò come regista con Il palloncino bianco (scritto proprio da Kiarostami), con cui vinse la Caméra d'or al Festival di Cannes per il miglior esordio.


Il palloncino bianco, che ebbe un buon successo, è una delicatissima storia sull’infanzia. Una bambina vaga per Teheran con i soldi che la madre le ha dato per comprare un pesciolino; ma quella banconota, messa a rischio più volte dal candore della bimba, si perde con grande dolore della piccola. Che si mette alla sua ricerca con l’aiuto di persone che incontra sul suo cammino.

 

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