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INSEGNAMI A SOGNARE/ Non convince l'amarcord di Pino Insegno targato Rai
INSEGNAMI A SOGNARE/ Non convince l'amarcord di Pino Insegno targato Rai
Eleonora Recalcati

venerdì 26 febbraio 2010

Pilot-show prodotto da Ince Media per Raiuno e condotto da Pino Insegno, "Insegnami a sognare" non mantiene del tutto la promessa di un nostalgico e pirotecnico amarcord. Il dialogo tra presente e passato non riesce a superare il limite dell’accostamento e della sovrapposizione: il risultato è un uso disorganico dei materiali di repertorio, senza un’apparente idea forte che dia forma al programma.

L’intento dichiarato è quello di dare spazio ai protagonisti del mondo dello spettacolo che “ci hanno insegnato a sognare”, che hanno costruito l’intrattenimento lieve e accurato del primo ventennio di Tv italiana.
Ci si rivolge perciò soprattutto a un pubblico di over quaranta, cui le note di "Carosello" richiamano un mondo di volti ed emozioni. Un pubblico, quindi, in linea con la fascia dei telespettatori di Raiuno.

Chi scrive, sfortunatamente cresciuta con la televisione di Bonolis e della De Filippi, non può appieno partecipare al pathos del ricordo, all’incanto nostalgico del passato.
Sarebbe stato però forse universalmente apprezzato un uso più cospicuo e ragionato dei preziosissimi archivi Rai; da subito il nobile proposito è infatti inquinato dalla presenza travolgente ma debordante di Insegno, che cuce lo show su di sé.
L’attore parla di cinema, della sua carriera, coinvolge il pubblico in sala in uno sketch sul doppiaggio, si misura coi giganti del passato.

Gli slogan martellanti, unici fil rouge del programma, sono “continuate a sognare” e “c’è magia in sala”. La componente magica e fantastica è affidata alla tecnologica digitale che permette a Insegno di ballare con una Carrà ventenne e ridere al fianco di Walter Chiari.
Una sovrapposizione che rimane però al livello pirotecnico dell’immagine e non apporta un reale valore aggiunto.
Pochissimi i momenti di reale intensità ottenuti: tra questi, memorabile, il proustiano duetto di Ranieri con il se stesso di quarant’anni prima, lo sguardo commosso e indulgente in un’interpretazione altissima di Vent’anni.
 

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