SANREMO 2012/ 1. L’Italia decrepita e moralista dei celentani e dei morandi
Davide Rondoni
mercoledì 15 febbraio 2012
SANREMO 2012: CELENTANO, LA POLEMICA. L’Italia decrepita dei Celentano e dei Morandi è andata in onda ieri. Li chiamano artisti, ma sono solo due tra i nostri modesti uomini di spettacolo - ingrassati per cinquant’anni dai soldi del servizio pubblico (Morandi e Celentano devono tutto alla Rai). E ieri sera s’è vista la loro modesta statura, inversamente proporzionale alla mania di grandeur di cartapesta andata in scena. Si tratta di gente che ha fatto qualche (qualche, non di più) buona canzone. Ed è stata mantenuta lautamente dal regime pubblico radiotelevisivo. Cantanti di Stato, verrebbe da dire.
Nel merito dell’attacco del “Predicatore Pubblico” ai due giornali cattolici, i due direttori han già risposto in modo asciutto. Andatevi a leggere le poche righe con cui liquidano la sbruffonata di Celentano, bravo a orientare il suo fuoco polemico solo su obiettivi “facili facili”, costretto a coprire la verità del suo grottesco egotismo. Il problema sollevato ieri per me riguarda un punto, che non è tanto l’arroganza da Grande Fratello orwelliano con cui si dice di “chiudere” i giornali “fastidiosi”. Il punto è: perché quei giornali? Sono forse gli unici due giornali insurrezionali rispetto al pensiero unico, dominante?
Riflettiamo un attimo. La tv di servizio pubblico ormai parla solo grazie ai casi dei suoi “telepredicatori”: i Saviano, i Santoro, i Celentano o gli altri predicatoruzzi. Da tempo si assiste al fenomeno della creazione di nuovi preti. Creati, voluti e ben pagati da misteriose (?) manine dentro al servizio pubblico. Spesso questi nuovi preti sono tanto bravi a moraleggiare contro politici o altri obiettivi facili con la portaerei della tv pubblica sotto il sedere, quanto abili poi a sfruttare la situazione e crearsi le proprie aziendine. Giornali come “il fatto”, ad esempio, non hanno avuto potremmo dire lo “spin off” e un bel po’ di spot di promozione delle sue firme di punta grazie alla Rai? E allora la domanda oggi urgente non è tanto a riguardo di Celentano, ma della Rai.
Perché il fascistoide proclama sul “chiudere” i giornali che hanno criticato il suo cachet e l’ipocrisia della beneficenza organizzata e pubblica, ha come unico vero effetto il dilagare della domanda: perché si tiene aperta la Rai? Ovvero qual è lo scopo del servizio pubblico se ormai le uniche tendenze che crea sono quelle del voyeurismo (i reality) e del predicatorismo (i nuovi preti) apparentemente opposte ma complementari? C’è bisogno di spendere denaro pubblico per questo? Quali oscure manine, nelle stanze che sembrano sembra cambiare per non cambiare mai decidono che l’Italia per forza bisogno di Sanremo, di Morandi, di Celentano e di tutta questa paccottiglia ben orientata? A quale pensiero, a quale gusto estetico si sono nutriti i funzionari che immaginano, preparano, vidimano questo spreco di niente per niente?
Non si tratta di politica. No la questione è più grossa, vischiosa, e violenta. In questo senso la Rai è un teatro anche nobile degli scontri veri. E chi all’interno non si piega a certi diktat ha davvero la statura dell’eroe e del testimone. Tutti son pronti a dire che il problema della Rai è la politica, l’infiltrazione dei partiti, ecc. No, il problema della Rai è stato per lungo tempo ed è la cultura dei suoi capi (interni ed esterni). Ripeto la cultura, non la politica, è il problema. In Rai prospera un mostro: si chiama cultura dominante. La quale, per giustificarsi, ha capito che deve sempre mascherarsi per protestataria e risentita, per continuare a prosperare e a vendere.