ATTENTATO IN CHIESA/ Da Chiara Lubich a padre Jacques Hamel: non esistono guerre di religione

Fausto Leali

Gli esempi che anche in mezzo all'odio e al terrore si può costruire una società di amore e di convivenza non mancano, da Chiara Lubich a padre Jacques Hamel. Di FAUSTO LEALI

Pubblicazione: venerdì 29 luglio 2016 - Ultimo aggiornamento: venerdì 29 luglio 2016, 12.22

All’indomani dell’attentato alle Torri Gemelli, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, morta nel 2008 ed oggi, con un processo di beatificazione in corso, annoverata tra i Servi di Dio, ebbe a dire che il mondo, nonostante tanto dolore, stava camminando più decisamente verso l’unità. Una visione paradossale, quasi sconcertante, da parte di una delle figure più innovative della Chiesa post-conciliare, e che torna alla mente di questi tempi, in cui l’orrore ha una cadenza pressoché giornaliera e quella terza guerra mondiale “a pezzi” di cui parla il Papa sembra avere frammenti sempre più estesi, pronti a confluire gli uni negli altri.

Cosa spingeva la Lubich a vedere semi di fraternità in quei giorni così drammatici, a non smettere di testimoniare una speranza? La speranza, ha detto di recente padre Pierbattista Pizzaballa, per tanti anni custode della martoriata Terra Santa, è la più piccola delle virtù cristiane, ma è anche quella che tiene unite le altre due, fede e carità. E’ la capacità di vedere, nella fede, ciò che ancora non c’è, e realizzarlo concretamente nell’amore. Questo – egli afferma – costituisce la vita di tanti testimoni, dalle prime pagine bibliche ai martiri odierni. E il cristiano non vince il male, ma agisce per costruire il bene, consapevole che il male non lo priverà mai della propria libertà. E’ ciò che è accaduto a padre Hamel, che, alla fine di un’esistenza vissuta in donazione agli altri, non è stato in grado di opporsi al male che lo ha ucciso, ma ha reso quel male, in ultima analisi, impotente, perché incapace di distruggere il suo cuore.

La storia di Chiara Lubich era partita assai lontano, a Trento, sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, insieme ad un manipolo di ragazze, nucleo originario di quel che poi sarebbe diventato il Movimento dei Focolari. “Ogni avvenimento ci toccava profondamente – raccontò qualche anno più tardi – e la lezione che Dio ci offriva attraverso le circostanze era chiara: tutto è vanità delle vanità, tutto passa. Ma, contemporaneamente, Dio metteva nel mio cuore, per tutte, una domanda, e con essa la risposta: “Ma ci sarà un ideale che non muore, che nessuna bomba può far crollare e a cui dare tutte noi stesse?”. “Sì, Dio”, aveva aggiunto. “Dio che, in mezzo al furore della guerra, frutto dell’odio, si manifestò per quello che Egli veramente è: amore. E così decidemmo di far di Lui l’ideale della nostra vita”.

Racconta ancora Chiara che da quel momento in poi non smisero di dedicarsi ad ogni prossimo che passava loro accanto, per aiutarlo nei mille modi che si fossero presentati nella mutevole realtà di ogni giorno e che, vivendo così, fu dato loro di sperimentare una tale pienezza nella loro vita che quasi, arrivate a sera, non si accorgevano neppure più della guerra che infuriava intorno. “Ci dicemmo che se fossimo morte – aggiunge – avremmo voluto essere sepolte tutte insieme, con una sola scritta sopra ai nostri nomi sulla tomba: “E noi abbiamo creduto all’amore”.

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