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ANNI ZERO/ Waters: il club del 55 ci salverà dalla sbornia del ‘68
ANNI ZERO/ Waters: il club del 55 ci salverà dalla sbornia del ‘68
John Waters

venerdì 8 gennaio 2010

Per descrivere in modo più preciso il panorama del post anni ‘60 farò principalmente riferimento al mio Paese, l’Irlanda, ma la mia impressione è che il discorso si adatti alla maggioranza delle altre società europee e di lingua inglese.

 

Ci sono essenzialmente quattro generazioni implicate nella cultura lasciata in eredità dalla rivoluzione degli anni ‘60. La prima è quella dei “baby boomer”, i figli dell’immediato dopoguerra che, adottando i valori culturali degli anni ‘60, hanno guadagnato potere culturale e politico dagli anni ‘70 in poi. È la generazione che per prima ha risposto allo “svegliatevi” di Elvis, mettendo questo slogan al centro della rivoluzione studentesca del 1968.

 

La mia generazione, nata negli anni ’50, continuò nella sua scia, aderendo alla maggior parte delle idee della precedente generazione, ma rimanendo generalmente un po’ distaccata. Noi partecipammo ma, non essendo per lo più in posizioni autorevoli o di potere (eravamo troppo giovani e non avevamo preso parte alle prime ondate rivoluzionarie), finimmo per rimanere ai lati, osservando e riflettendo.

 

Comunque, la mia generazione continuò a proclamare quei valori, mentre le due successive, nate rispettivamente negli anni grosso modo ‘80 e ‘90, si ritirarono nell’ironia e nel distacco. In linea di massima, quelli nati dopo gli anni ‘60 hanno fatto molte buone cose durante il periodo di pace e prosperità continuato fino alla fine del ventesimo secolo, ma non sono stati molto presenti nella sfera pubblica, dando il loro meglio negli affari e nella sfera privata.

 

Anche quando sono entrati in politica o nell’industria dei media non sono riusciti in genere a farsi strada fino ai centri del potere o a proporre una visione alternativa di come si dovevano e si potevano fare le cose. In parte, perché le posizioni chiave erano già occupate da quelli più vecchi di loro, in parte perché le generazioni più giovani non avevano alcuna precisa idea su ciò che si doveva fare in campo culturale o politico, dove sembrava non esserci nessun spazio per visioni radicalmente diverse. Ne è derivato un distacco ironico che si esprimeva nella satira e nella nostalgia, ma che aveva le sue radici in un confuso idealismo incapace di trovare le modalità per esprimersi.

 

Uno dei caratteri più significativi della società creata dalla rivoluzione degli anni ‘60 è che gli atteggiamenti, le energie e le attività una volta giustamente considerate tipiche dei giovani, ora venivano fatte proprie da persone di mezza età o anche più vecchie, talvolta proprio da coloro contro i quali avrebbero dovuto teoricamente essere impiegate. Se la cultura dominante aveva raggiunto la massima espressione dell’idealismo era ovvio che ai giovani non rimanesse praticamente quasi nulla da dire.

 

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