IL CASO/ Perché la "scoperta" di Mattei avvenne solo dopo la sua tragica morte?
Gianluigi Da Rold
martedì 9 marzo 2010
C'è un bella frase su Enrico Mattei pronunciata da uno dei suoi storici avversari che viene spesso dimenticata. Dopo la morte improvvisa per l'incidente aereo (storia ufficiale molto contestata) del presidente dell'Eni, William R. Stott, allora vicepresidente esecutivo della Standard Oil Company of New Jersey, la maggiore società petrolifera del mondo e la capostipite delle cosiddette “Sette sorelle”, disse: «Enrico Mattei aveva a cuore soprattutto gli interessi del suo Paese».
Frase di circostanza? Senso di colpa? Non pare proprio guardando la vita e l'azione del presidente dell' Eni, uno degli artefici indiscussi non solo della rinascita nazionale italiana nell'ultimo dopoguerra, ma soprattutto uno dei “grandi italiani” che ha fatto entrare il suo Paese nella storia moderna.
Si dimentica molto di Mattei e del suo operato. Ci si ricorda in genere per la morte avvenuta nel tardo pomeriggio del 27 ottobre del 1962 a due minuti dall'atterraggio a Linate sul suo aereo. E per quella tragedia tanto discussa, pare quasi che il “grande italiano” interessi soprattutto se collocato in un “affaire”, dove si sprigionano i miasmi di servizi segreti di diversi Paesi, mafia, regolamenti di conto nella “guerra del petrolio”, scenari di ambiguità velenosa tra gli stessi esponenti dell'Eni nel consueto intreccio “perverso” tra affari e politica.
Insomma nella nostra storia nazionale, sul “caso Mattei” prevale la cronaca “gialla” o “nera”, quella che riduce tutto a schematizzazioni patetiche e allo sport nazionale preferito: la scoperta del complotto e la dietrologia. Provate a chiedere a uno studente universitario che cosa ha fatto Enrico Mattei e lui risponderà partendo dalla fine, dall'incidente aereo.
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