LIBRI/ E così gli ebrei finanziarono la stampa di un certo "Mein Kampf" di Adolf Hitler…
Edoardo Barbieri
sabato 19 giugno 2010
Un giovane, imprigionato dalla polizia dopo una manifestazione di piazza, giace dimenticato nella cella del carcere. Finalmente alcuni amici riescono a fargli avere carta e materiale per scrivere: così può iniziare a battere a macchina un libro, il suo libro. Finalmente riesce a raccontare la sua vita e, soprattutto, ciò in cui crede e i progetti che ha elaborato. Esce dal carcere e un piccolo editore pubblica poche centinaia di copie del volume. Di lì a qualche anno diverrà un successo da milioni di copie e lui diverrà ricchissimo.
Sembra l’avventura di un “giovane scrittore” dei giorni nostri, ma è una storia che ha quasi un secolo. Quel libro è Mein Kampf (La mia battaglia) e quell’uomo è Adolf Hitler. Mancava in Italiano una storia puntuale ma leggibile della storia redazionale e editoriale della “bibbia” del Nazismo: si tratta di Antoine Vitkine, Mein Kampf. Storia di un libro, Milano, Cairo Editore, 2010. Il saggio documenta come, proprio grazie al “parto letterario” del Führer, già dagli anni ’20 fosse possibile conoscere e capire quali fossero le sue vere intenzioni, un libro che invece fu spesso considerato con sufficienza.
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