CERTEZZA/ Può esserci una verità senza il nostro io? Esposito risponde alle critiche
Costantino Esposito
mercoledì 19 ottobre 2011
Per farla breve, la certezza non è il contrario della storia e della libertà (come sembra intendere Gianni Vattimo) ma è la scoperta di un significato inesauribile della realtà nelle pieghe del tempo, nell’esperienza di ciò che è contingente, nella mia decisione di non archiviare ciò che accade, di accoglierlo come un dato, di assentire ad esso. Assentire non vuol dire assolutamente essere sempre d’accordo o supinamente rassegnato a ciò che c’è o è accaduto (e che molte volte gioca contro le nostre aspettative), ma accettare la sua sfida, interrogare la sua presenza, metterci in gioco. La certezza, dicevo a Rimini, è una dinamica che implica sempre il fattore-tempo, non è un acquisto fatto una volta per tutte, ma è qualcosa che ha a che fare sempre (come ha richiamato Salvatore Veca) con la nostra stessa incompletezza. Quest’ultima non indica un semplice limite da superare (o in cui accomodarsi, tentando di gestirlo nella maniera più conveniente), ma coincide con l’impossibilità di arrestare la nostra domanda di significato, e con il suo rilancio continuo alla scoperta del reale. Se noi rinunciamo a priori all’ipotesi almeno di una certezza, prima o poi rinunciamo alla verità, oppure la “blocchiamo” come ciò che non c’entra con noi.
Tutto insomma si gioca a mio modo di vedere nel rapporto completamente aperto, cioè non pregiudiziale, tra la ragione e la realtà. Che questo sia il problema risulta ad esempio in una recente disputa tra il “pensiero debole” di Vattimo (non esistono fatti, ma solo interpretazioni) e il “nuovo realismo” di Ferraris (esistono dei fatti oggettivi non emendabili e indipendenti dalle nostre interpretazioni). Insomma: una ragione senza realtà, da un lato, e una realtà semplicemente indipendente dalla ragione, dall’altro (ne ho discusso con lo stesso Ferraris in un dialogo apparso sulla rivista “Tracce”, ottobre 2011). Delle due l’una: o i fatti che non si lasciano modificare, o le interpretazioni che pretendono di modificare tutto. Ma nel gioco delle due posizioni è proprio il nesso costitutivo tra razionalità e realtà a risultare ormai inceppato, di modo che l’interpretazione resta solo una “prospettiva” soggettivistica, mentre l’unico senso possibile dell’oggettività del reale è quello di essere esterno al soggetto. Nell’ermeneutica post-moderna è come se io non chiedessi più niente alla realtà, e la mia libertà fosse solo la bella violenza della volontà, o la (meno bella) violenza del potere; nel realismo oggettivistico (in cui si risente un po’ l’eco del vecchio e nuovo positivismo) è come se la realtà non chiedesse più niente a me, se non di essere riconosciuta come ciò che non sono io. Io, invece... beh, quello resta ancora solo il regno delle mie interpretazioni e delle mie costruzioni culturali.