FINANZA/ La guerra tra Cina e Obama mette a rischio anche l’Europa
Mauro Bottarelli
venerdì 5 febbraio 2010
Barack Obama ha un asso nella manica. O, almeno, lo speriamo per lui e per noi. Se infatti la sua dura sfida contro Pechino - la decisione di ricevere il Dalai Lama alla Casa Bianca accompagnata dall’attacco senza precedenti contro la valutazione al ribasso dello yuan che consente al Dragone di restare il soggetto maggiormente competitivo nell’export mondiale - non si basasse su una strategia precisa, allora gli Usa sarebbero davvero nei guai. E il resto del mondo occidentale, con loro.
Mercoledì l’agenzia di rating Moody’s ha reso noto l’ennesimo out look dicendo a chiare lettere che se il programma economico recentemente presentato dal presidente Usa non porrà in essere manovre chiare e drastiche per ridurre il deficit di budget, la valutazione AAA sarà pesantemente a rischio. Insomma, Obama sembra intento a combattere una battaglia che lo vede isolato su due fronti: quello dello scontro con Pechino e quello con i poteri finanziari interni, da tempo ormai sulle barricate contro le politiche stataliste dell’amministrazione statunitense.
Le proiezioni del rapporto debito su Pil degli Usa, d’altronde, sono spaventose: secondo Steven Hess, capo del dipartimento di Moody’s, attualmente si viaggia attorno al 53%, ma entro cinque anni si arriverà al 73% e al 77% nel 2020. Questo, ovviamente, se le politiche resteranno tali: un segnale più che chiaro sul fatto che le linee guida presentate da Barack Obama nella presentazione del Budget sono, niente più e niente meno, che una sorta di suicidio di medio termine.
È il secondo richiamo all’ordine ufficiale in pochi giorni dopo quello lanciato da Fitch, che la scorsa settimana ha pubblicato un durissimo out look nel quale metteva anch’essa in discussione il rating AAA degli Usa nel caso questi non taglino pesantemente la spesa al fine di porre sotto controllo il deficit di bilancio, citando una spirale per quanto riguarda i costi del debt service e la dipendenza da creditori esteri.
A lanciare la sassata ci ha pensato Brian Coulton in persona, il capo del dipartimento sui rating sovrani dell’agenzia: come dire, qui nessuno sta scherzando. Anche perché il combinato di debito federale e statale il prossimo anno toccherà quota 94% del Pil, contro il 57% di tre anni fa. Insomma, Fitch non fa che ricordare all’amministrazione Usa ciò che tutti, da tempo, stiamo dicendo: ovvero che i pacchetti di stimolo al settore bancario hanno ottenuto come unico risultato quello di spostare sulle spalle dei contribuenti i costi della crisi.
Siamo alle soglie, avverte Coulton, di un vero e proprio «shock sui tassi di interesse verso il debito di breve e medio termine e verso i creditori esteri». Siamo alle soglie di una “roll over crisis” globale visto che metà del debito Usa è detenuto da Giappone, Cina e investitori del Medio Oriente e che, con il passare del tempo e il deteriorarsi della situazione, è probabile che qualcuno cominci a mettersi in posizione di hedging e cominci a scaricare posizioni mandando in loop il già precarissimo equilibrio su cui si basano i conti Usa.
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