J’ACCUSE/ Sapelli: il mito della crescita e i cattivi “maestri” uccidono le Pmi
mercoledì 11 novembre 2009
Ferruccio de Bortoli, nel suo editoriale sul Corriere della Sera di ieri dedicato a Le buone ragioni degli indipendenti, ha preso le difese degli «invisibili»: i professionisti, le micro e piccole imprese che formano l’«architrave di passioni e competenze che regge alla base il sistema economico» del nostro paese. Una “generazione di produttori» che si trovano a dover affrontare da soli una crisi economica grave e spiazzante. «Nel Paese della concertazione - scrive nella sua inchiesta Dario Di Vico - oggi soffriamo di un clamoroso deficit di rappresentanza». Ilsussidiario.net ne ha parlato con l’economista Giulio Sapelli.
De Bortoli ha rivolto un appello in difesa degli “invisibili”, ai quali l’Italia deve molto, quasi tutto, ma che sono trattati male.
È la verità. De Bortoli, che non scrive ogni giorno, quando lo fa è perché vi ha dedicato un’attenta riflessione. E le inchieste di Di Vico sono puntualmente serie. Se prescindiamo da queste e altre poche lodevoli testimonianze, il dibattito su questo tema è stupefacente per la sua approssimazione. Perché se c’è un paese di cui la comunità scientifica ed economica internazionale ha studiato e ancora studia il sistema produttivo, questo è proprio l’Italia. Senza però capirlo fino in fondo. Noi compresi.
Che cosa sfugge alle analisi, se nemmeno noi lo abbiamo capito del tutto?
Non abbiamo ancora capito che la piccola impresa, ancor prima che un fattore economico, è un fattore sociale. E che la sua chiave di lettura è prima di tutto antropologica. La piccola e media impresa italiana è la proiezione dell’impeto di costruzione esistenziale e sociale della famiglia italiana. E il nostro tessuto produttivo, semplificando, è il prodotto di una concentrazione di famiglie specializzate in alcune attività economiche. Ma bisognerebbe rileggersi Frederic Le Play e Aleksandr Chajanov.
Siamo il popolo delle partite Iva. Sotto esame finisce sempre il nostro individualismo, che ci impedisce di fare sistema. Che cosa è successo all’impresa-famiglia italiana?
La causa di quello che vediamo, e che De Bortoli e Di Vico denunciano così bene, è culturale prima che economica. Occorre mettersi in testa che la disgregazione della famiglia provocata dal nichilismo moderno ha delle conseguenze economiche. Tutti coloro che hanno parlato di piccola impresa in Italia si sono spesso dimenticati che avevano di fronte imprese familiari, e che per comprenderle bisognava capire la famiglia ancor prima dell’impresa economica. Ad essere in crisi, infatti, è l’impresa nella sua accezione familiare.
Ma in concreto cosa significa?
Quello che tutti vediamo: da un lato l’impresa familiare ha consegnato i figli al sistema di istruzione, demandando ad esso quello che solo lei può fare. Non li ha trattenuti nell’impresa, non ha continuato quella tradizione di esperienza che è sempre stata il suo segreto. E dall’altro si è consegnata ad improbabili consulenti che l’hanno rapinata, oppure le hanno fatto credere che la legge del suo sviluppo fosse quella dell’accrescimento continuo.
Invece?
Proprio la crisi dimostra che non c’è sviluppo continuo. Si doveva capire prima che una crisi sarebbe arrivata e che quindi andava messo fieno in cascina. Che occorreva cioè investire i profitti non nella ricchezza di famiglia ma nella capitalizzazione d’impresa. E oggi queste tante piccole attività produttive familiari sono in un impasse. Non hanno il capitale necessario per investire in innovazione, perché non l’hanno messo da parte; e le banche, salvo le banche popolari e cooperative, hanno chiuso i rubinetti del credito.
I distretti sembrano tenere, ma al tempo stesso sono in grave sofferenza. «In tutti questi casi - scrive Di Vico - quello che si va palesando è un eccesso di capacità produttiva. Per questo motivo la parola d’ordine che comincia a circolare (con fatica) è quella dell’aggregazione». È così?
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