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FIAT/ Marchionne intasca gli incentivi e lascia a piedi il Governo
FIAT/ Marchionne intasca gli incentivi e lascia a piedi il Governo
Franco Saro

mercoledì 13 gennaio 2010

Lo scorso anno non c’era e negli anni precedenti nemmeno. La presenza di uno stand Fiat al salone di Detroit, uno dei più importanti al mondo nel settore delle automobili e il più significativo nel continente americano, è di per sé già un evento. Ma è anche un segnale. Forte. Il gruppo, che fino ad adesso aveva una presenza significativa solo in Italia e in Brasile, ha preso una dimensione mondiale, internazionale.

 

I marchi, con l’acquisizione di Chrysler, sono raddoppiati, i mercati si sono moltiplicati, e gli interessi si sono, per così dire, “sprovincializzati”. Lo stand al Naias di Detroit è diventato fondamentale nella strategia aziendale anche se ancora Fiat non vende un’auto oltreoceano e non ne venderà neanche nel corso di quest’anno. Mentre è diventata molto meno significativa la presenza al Motorshow di Bologna, peraltro disertato da quasi tutti i produttori, in quello che è, o meglio è stato finora, il bacino d’utenza più importante per il marchio italiano.

 

Il baricentro del Lingotto si è spostato e lo dimostra la presenza quasi costante negli Stati Uniti di Sergio Marchionne, ad di Fiat Group, l’uomo che passa più tempo in aereo di un pilota professionista. Ed è cambiata la prospettiva da cui l’azienda guarda il mondo e se stessa.

 

Dentro questo quadro va vista la questione degli stabilimenti italiani, come quella, secondo alcuni politici strettamente collegata, dei prossimi incentivi alla rottamazione promessi dal Governo e l’ipotesi, smentita, di una possibile vendita al Gruppo Volkswagen del marchio Alfa Romeo. Fiat è cresciuta e sta lavorando per crescere ancora. E non ha intenzione di fare prigionieri.

 

L’arrivo su un mercato come quello americano e il controllo di marchi come Jeep che hanno clienti in tutto il mondo, e l’esperienza del fallimento pilotato di Chrysler l’hanno resa più matura ma anche più libera, meno dipendente dagli affari interni italiani. Ora Sergio Marchionne non è più disponibile a fare sconti. In Italia si produrrà se ci saranno condizioni competitive a livello infrastrutturale, di manodopera e di costi.

 

Per Termini Imerese non ci sarà scampo e forse bisogna cominciare ad aver paura anche per Pomigliano D’Arco. Certo non sarà domani e con ogni probabilità non sarà neanche un cambiamento traumatico, visti gli ammortizzatori sociali che possono essere messi in campo e le proposte di acquisto che sono alle viste, ma l’era delle cattedrali nel deserto, volute dalle imprese per raccogliere fondi pubblici e dai politici per raccogliere voti, è finita, almeno per Fiat.

 

E non servirà a nulla insistere sullo scambio “incentivi contro occupazione”, perché questa è sempre stata un’arma spuntata e, adesso che Fiat produce solo un sesto dei suoi prodotti in Italia, lo è ancora di più. Gli incentivi alla rottamazione permettono da una parte all’erario di incassare un gettito Iva significativo che compensa in larga parte l’esborso statale, e dall’altra di svecchiare un parco auto che è tra i più anziani e inquinanti in Europa.

 

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