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ALITALIA/ Un ex dipendente: i dati parlano chiaro, dov'è il successo di Colaninno e soci?
ALITALIA/ Un ex dipendente: i dati parlano chiaro, dov'è il successo di Colaninno e soci?
Guido Gazzoli

giovedì 21 gennaio 2010

Anche a voler mantener la mente fredda, non si può certo dire che il primo anno di vita di Cai sia quello che tentano di far passare le roboanti dichiarazioni della dirigenza della compagnia che ha preso il posto di Alitalia.

 

Le ragioni sono molteplici e partono dal fatto inequivocabile che qualsiasi analisi dovrebbe prendere atto: gli “aiutini” così microscopicamente citati nell’articolo di Juanfran Valerón sono in verità talmente grossi che dovrebbero far sparire qualsiasi giubilo al momento di tirare le somme. Sarebbe come se un centometrista si inorgoglisse di aver vinto una gara nella quale ha goduto di 90 metri di vantaggio sugli avversari. Credo che le analisi dovrebbero essere un tantino più profonde.

 

Partiamo da un dato: da quando è cominciata la crisi dell’ex compagnia di bandiera, l’informazione è stata ampiamente distorta e, tranne rarissimi casi, la stessa non ha mai indagato sulle cause della debacle, preferendo spesso trincerarsi dietro il comodo capro espiatorio dei (falsi) privilegi dei lavoratori, tattica che ha raggiunto il diapason proprio nel momento culminante dell’intera trattativa con Cai.

 

Fin dal 2002, un gruppo di dipendenti azionisti capitanati dal Comandante Massimo Gismondi avevano promosso non solo appelli ai vari Ministri del Tesoro, proprietario di Alitalia, ma anche ricerche basate su quello che nessuno si era messo in testa di fare anche perché infinitamente lapalissiano: confrontare le varie voci di bilancio di Alitalia con quelle degli altri vettori europei.

 

Un dato saltò subito agli occhi: nonostante dal 2002 al 2007 il costo del lavoro passasse da un valore standard in linea con gli altri vettori (circa un 24%) a quello decisamente ultraconcorrenziale del 18%, le spese di organizzazione della compagnia passavano da un 73% a un siderale 94% dei ricavi rispetto a una media del 63% delle altre compagnie.

 

Cifra che rivelava un dato ancora più sconvolgente, perché questa differenza, in media del 25%, significava circa 1.000 milioni di euro annui letteralmente buttati dalla finestra. Anche se il load factor di Alitalia era superiore a quello di diverse linee aeree (British e Iberia per esempio) e quindi il “ prodotto “Alitalia non fosse da buttar via.

 

La domanda lecita da porsi è se l’intera operazione Cai a questo punto rappresentasse l’unica soluzione al problema. O piuttosto, come sostenuto dalla maggioranza degli analisti, non sia stata una manovra atta a salvare un vettore privato destinato inevitabilmente a sparire (AirOne, i cui conti erano tutt’altro che floridi e soprattutto aveva un load factor tra i peggiori nel continente) a spese dello Stato, come dichiarato da un esponente della CdL in una trasmissione televisiva.

 

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