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MANOVRA/ Pelanda: ecco quello che Berlusconi e Tremonti non ci hanno detto
MANOVRA/ Pelanda: ecco quello che Berlusconi e Tremonti non ci hanno detto
Carlo Pelanda

lunedì 12 luglio 2010

Tra i tecnici corre una battuta: “non è credibile che su quasi 800 miliardi annui di spesa pubblica (più del 50% del Pil) sia difficile trovarne una decina da tagliare”. Ma per i politici anche un centesimo è intagliabile. E se lo si taglia allora deve essere ridotta qualche garanzia per la gente. Evidentemente la posizione dei secondi è indifendibile sul piano logico, ma è quella che prevale. Perché?

 

L’apparato pubblico è cresciuto nei decenni non in base ad un fabbisogno determinato dall’utilità, ma in relazione a criteri anomali, per esempio il vantaggio dei partiti di creare posizioni a salario pubblico per poi gestirne gli accessi in cambio di consenso. L’emergere delle amministrazioni regionali ha, per lo più, seguito il medesimo andazzo. Per decenni la politica ha aumentato la spesa pubblica, incrementando tasse e debito, non in base ad un criterio di impiego razionale del denaro fiscale, ma per motivi ideologici (Stato è bello) o di interesse partitico (minimizzazione dei conflitti nel sistema ingrandendo la torta da spartire) o di scambio posto di lavoro/voto o, perfino, di corruzione (approvazione di un’opera pubblica non perché serva, ma per regalare denari a gruppi di interessi privati che poi ne retrocedevano una parte ai partiti) o per mancanza di controlli perché tanto lo Stato pagava comunque.

 

Questo disordine non è mai stato seriamente corretto, perché tutti ne potevano ricavare un vantaggio. I partiti, ovviamente, ma anche imprese, la stampa da queste controllata, nonché milioni di persone che percepivano di poter evitare la fatica di un accesso competitivo al mercato mettendosi al servizio di un partito in cambio di una posizione remunerata. E non è tuttora contrastato per gli stessi motivi. Ma c’è una novità.

 

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