MANOVRA/ Pelanda: Tremonti lavora per la Merkel o per Berlusconi?
Carlo Pelanda
lunedì 19 luglio 2010
La crisi di fiducia sul debito e sull’euro, scatenata dal caso greco, ha costretto il governo, in poche settimane, a dimostrare al mercato che l’Italia avrebbe saputo contenere con megatagli i deficit annui e, pertanto l’aumento del debito cumulato. Al momento i calcoli fanno ritenere che 25 miliardi tra decurtazioni e nuove entrate, nel 2011 e 2012, possano bastare. Ma, sottovoce, molti, tra cui la Banca d’Italia, temono o prevedono che bisognerà arrivare in pochi anni alla situazione di pareggio di bilancio, cioè di deficit (quasi) zero annuo, perché diventerà un requisito europeo imposto dalla Germania per rendere solido l’euro. Berlino, per legge costituzionale varata nel 2009, lo applicherà dal 2016 in poi nel bilancio federale e dal 2020 a quello degli enti locali.
“Deficit zero” significa non poter più contare sul margine di indebitamento annuo dello Stato entro la soglia del 3% del Pil, che per l’Italia significa circa 45 miliardi. Inoltre un debito pubblico ottiene fiducia e minori costi di rifinanziamento non solo se non aumenta, ma, soprattutto, se aumenta la crescita del Pil. Pertanto il criterio di deficit zero va calcolato inserendo anche la riduzione delle tasse. Il che significa dover tagliare dai 40 agli 80 miliardi, probabilmente 60 oltre a quelli già previsti, di spesa strutturale. Tale cifra implica un grande cambiamento di modello economico e dobbiamo valutare come il governo dovrà gestirlo.
La prima reazione del governo alla necessità di tagliare di più e prima del previsto è stata disorganizzata. Lo ha rilevato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, con un duro rimprovero al ministro dell’Economia, Tremonti, per aver sostituito con atto di imperio, sostenuto da un linguaggio ricattatorio - «o così o insolvenza dell’Italia» - la funzione di coordinamento del Primo ministro.
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