FINANZA/ 1. Dai mercati un nuovo allarme per l’Italia
Mauro Bottarelli
martedì 27 luglio 2010
La pantomima degli stress tests è finita, ringraziamo il Signore per il termine di questo stillicidio di indiscrezioni e attese mal riposte. Il mio giudizio sul valore di quei tests lo conoscete da tempo, i risultati ufficiali non lo cambiano.
Sono però felice di condividere il mio pensiero con Nouriel Roubini, il catastrofista per antonomasia che però, visto che ci prende con precisione chirurgica da almeno due anni e mezzo a questa parte, oggi viene interpellato anche dai media più istituzionali: «Quei tests sono irrealistici perché non sono stati sufficientemente duri per riflettere il peggioramento delle condizioni economiche europee: per quanto riguarda crescita e rischio sovrano, i criteri utilizzati dai tests sono assolutamente inattendibili. Inoltre, per quanto riguarda il rischio sovrano contenuto nei maturity books, i tests non contemplavano l’ipotesi di default».
Ma non solo. Anche per Steve Bernstein della Oppenheimer Investment Asia, «manca completamente il rigore nei criteri di quei tests. Le banche costrette a nuove capitalizzazioni saranno molte di più, statene certi, anche perché è assurdo mettere sotto stress solo una parte del portafoglio, occorreva mettere mano anche al portafoglio di investimento delle banche».
Per Jim Rogers, uno dei più famosi investitori del mondo, «gli stress tests sono stati soltanto un esercizio di pubbliche relazioni, una perdita di tempo e di inchiostro dei giornali. I criteri non erano sufficientemente duri e i mercati lo sanno benissimo».
Per James Ferguson, analista alla Arbuthnot Securituies, «quella degli stress tests è stata un’occasione persa per le banche e i regolatori di rimettere il sistema in carreggiata. E si sa che quando si falliscono certe opportunità, queste ti si ritorcono contro prima o poi. Le banche dovevano essere obbligate dai regolatori a ricapitalizzare, perché solo così - al netto delle perdite - potranno tornare a fare credito a consumatori e imprese, il loro lavoro. Così gli si consente solo di continuare a stringere i cordoni del credito per indirizzare il capitale verso investimenti più fruttuosi, ovvero operare sulla leva come dei fondi»
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