FINANZA/ Italia, la "via di fuga" dalla schiavitù della Germania

Giulio Sapelli

A livello globale aumenta il protezionismo, salvo che in Europa, dove sarebbe un problema per l’egemonia della Germania. Ma l’Ue ora deve fare una scelta, dice GIULIO SAPELLI

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Si assiste nel mondo a uno spettacolo che è non nuovo, ma certo sempre più sconcertante: l’ignoranza abissale con cui si deve fare i conti in presenza di qualsivoglia spazio di argomentazione pubblica. Tali spazi sono oggi immensi per via delle possibilità tecnologiche delle reti non fisse di comunicazione, ma ciò che da tale immensità promana è la diffusione dell'imbecillità e del conformismo.

La vittoria di Trump ha sdoganato un possibile dibattito sul protezionismo selettivo come politica economica benefica e sull'ampliamento della domanda interna come politica economica benevolente rispetto alla crescita economica e alla coesione sociale da riconquistare. Ebbene: nello spazio pubblico oggi attivo della via scientifica per rifondare tali prospettive, invece che continuare con un borbottare continuo, non vi è traccia. Il deserto neoliberista è in primo luogo un deserto di conoscenza.

Pensiamo al rallentamento della crescita della produttività: essa promana sicuramente da una contrazione della domanda. Se peggiorano le aspettative delle imprese sulla domanda aggregata, esse non incentivano la ricerca e l’adozione di nuove tecnologie, perché non prevedono un aumento della solvibilità della domanda e quindi la produttività rallenta. Un tempo professori non liberisti ci insegnavano che esisteva la cosiddetta legge di Verdoorn (del 1944), che asseriva che vi è una relazione tra la crescita dell’output e la produttività del lavoro. Nel 1966 Nicholas Kaldor dimostrò che l’aumento della domanda determina un aumento della produttività del lavoro grazie alle economie di scala, al saper fare dei lavoratori, alla specializzazione produttiva e al progresso tecnico endogeno. Paolo Sylos Labini diede un contributo essenziale allo sviluppo di questa teoria.

Tutto il contrario di quanto le politiche economiche neoliberiste ed eurocratiche hanno imposto all'Europa e al mondo in questi ultimi trent’anni. E la stessa considerazione si impone rispetto al commercio mondiale, anch'esso un tema sollevato potentemente dal più famoso rappresentante del popolo degli abissi, ossia il neo eletto Presidente Usa Donald Trump, il quale, in assenza della sinistra politica divenuta eurocratica, oggi rappresenta le classi povere e umiliate del pianeta, secondo quell'inversione della rappresentanza da me già studiata nel libro dedicato all'italico prototipo dell'inversione suddetta, ossia Mario Monti.

Da anni, del resto, nuove politiche di protezionismo e di controllo politico sull'economia stanno crescendo. Il tema interessante è quello che ci fa dire che oggi la limitazione dei movimenti di capitali e di merci è materia di azione politica da parte delle forze di destra neo-nazionaliste europee con molta forza e che non è il caso di ricordare qui per un'ennesima volta. 

Il ritorno a un protezionismo selettivo è nei fatti: la Commissione europea registra con continuità nuove misure protezionistiche e Cina, India, Brasile, Russia e Stati Uniti hanno da tempo introdotto introdotto restrizioni potenti al commercio mondiale. Solo l'Unione europea nel suo complesso resiste ostinatamente all'introduzione di controlli sui movimenti di capitali e di merci e questo perché la Germania è la sola a trarre dal libero scambio grandi vantaggi.