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TASSE/ Annunci a parte, l’Italia potrà mai concedersi il lusso di una riforma fiscale?
TASSE/ Annunci a parte, l’Italia potrà mai concedersi il lusso di una riforma fiscale?
Ugo Bertone

giovedì 14 gennaio 2010

La politique d’abord. Capita spesso, che le esigenze della politica prevalgano sulla logica dell’economia. Ma non sempre, almeno a giudicare dal balletto, vagamente autolesionista, che ha accompagnato l’improvviso “revival” della riforma del fisco, uscita e rientrata nel cassetto dei programmi del Pdl nel giro di un solo weekend.

 

Tanto è durata l’illusione del via libera, in tempi ragionevoli, all’attesa semplificazione delle aliquote fiscali, sulla scia di una promessa che ha alle spalle quindici (abbondanti) anni di vita. Certo, il premier ha ribadito che “si impone una semplificazione di tutto il sistema tributario”, ma ha dovuto aggiungere che “sarà un lavoro lungo e duro. Spero che possa essere sufficiente un anno, ma è un lavoro davvero ingrato”.

 

Tutto qui. E così il “botto” della riforma fiscale si riduce a un ballon d’essai d’avvio della volata lunga che porterà al traguardo delle regionali di primavera. Con due obiettivi: a) aggiungere altra carne al fuoco al dibattito, per evitare che al centro della scena ci sia solo il caso giustizia; b) lanciare comunque un messaggio in risposta alle pressioni in arrivo da buona parte dell’elettorato a partire dalle solite partite Iva, così invocate prima del voto, così snobbate nell’azione di governo.

 

A 15 anni dalle prime promesse sul fisco, Silvio Berlusconi ha dovuto riconoscere che la pazienza dei suoi elettori, alle prese con una crisi che non accenna a finire, è ormai agli sgoccioli. Perciò, facendo ricorso alla memoria, è tornato a citare i libri che negli anni Novanta garantirono a Giulio Tremonti la prima notorietà fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori.

 

E così, in questi giorni, si è tornato a parlare di “quoziente familiare” piuttosto che di “spostare il baricentro della tassazione dalle persone alle cose”, riducendo la pressione fiscale sull’Irpef per spostarla gradualmente sull’Iva. Ma tutto questo potrà avvenire solo più avanti: anzi “se ne parlerà”, o più probabilmente se ne comincerà a parlare, a partire dal 2011. O anche dopo, se sono valide le ragioni del rinvio.

 

Al rientro nella Capitale, infatti, Berlusconi ha preso atto delle ragioni che sconsigliano una fuga in avanti: 70 miliardi di euro in esportazioni perduti dall’inizio della crisi; altri 20 di consumi in meno rispetto alle previsioni. Difficile, con questa premessa, dare il via libera a una manovra che preveda tagli all’Irpef, cioè la tassazione sulle persone, in cambio di un aumento delle entrate dell’Iva, per cui del resto esistono margini ristretti, rispetto ai competitors europei, che si stanno assottigliando.

 

Una forte semplificazione delle aliquote che potrebbero, addirittura, ridursi a due, con un tetto massimo del 33% (o del 37%, se verrà introdotto un contributo di solidarietà per i redditi superiori ai 100 mila euro) solo in un secondo momento potrebbe generare quegli effetti benefici sull’attività economica che, ovunque è stata adottata la politica della flat tax, ha generato nel medio termine un aumento del gettito.

 

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