FASTWEB-TELECOM/ Sparkle, "i signori della truffa" che non hanno imparato nulla dalla crisi
Marco Cobianchi
venerdì 26 febbraio 2010
La vicenda di Fastweb e Telecom Italia, nella sua complessità tecnica, è molto semplice nella logica. Le due società compravano e vendevano traffico telefonico per decine se non centinaia di milioni alla volta da e a piccole società finanziarie inglesi o panamensi con l’effetto di diventare un anello della catena di transazioni economiche che portava all’esportazione illegale di danaro con conseguenti frodi fiscali. Secondo gli inquirenti il giro d’affari, solo per queste due aziende, è stato di 2 miliardi di euro, mentre le tasse evase ammonterebbero a oltre 360 milioni. Nella vicenda a sconvolgere non è il meccanismo, ma l’entità dei numeri in gioco e soprattutto il fatto che a fornire il capitale iniziale, senza il quale la truffa non poteva mettersi in moto, fossero esponenti legati alla ‘ndrangheta che hanno collaborato all’elezione di un senatore. Ma questo è un altro discorso.
Dal punto di vista economico chiunque si sia occupato del mercato delle telecomunicazioni sa perfettamente che questa girandola di traffico telefonico contro fatture estere è da sempre prassi usuale di qualsiasi azienda telefonica del mondo. Cambiano i valori in gioco e, per così dire, i partner d’affari, ma il meccanismo esiste da sempre. Ciò significa che i bilanci di tutte le società telefoniche sono falsi? No, però, diciamo, sono meno veri di un bilancio di una qualsiasi altra società, che già in quanto a esatta rappresentazione dello stato di salute dell’azienda lascia a desiderare.
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