Di solitudine si muore
Paolo Preti
mercoledì 17 marzo 2010
Oriano Vidos, Paolo Trivellin, Giuseppe Nicoletto, Walter Onagro, Riccardo Fusi, Diego Anemone, Emanuel Giuseppe Messina, Mario Nencini. Questi nomi, queste persone hanno in comune, almeno per me, solo una cosa: i giornali nei giorni scorsi riferendosi alla loro professione li hanno presentati tutti con lo stesso termine. Imprenditore. Non conosco nessuna di queste persone e, dunque, per nessuna potrei testimoniare a favore o contro, ma mi ribello lo stesso a questa omologazione.
I primi quattro hanno deciso di togliersi la vita perché non erano più in grado di mandare avanti la propria azienda, di pagare i collaboratori e i fornitori. In quel gesto dettato probabilmente dalla solitudine, oltre che dalle disavventure economiche che la crisi ha sicuramente ingigantito ma forse non prodotto, c’è la dichiarazione di fallimento che ogni vero imprenditore teme più di quella eventuale del tribunale. L’uomo solo al comando, come spesso si può sinteticamente descrivere la posizione dell’imprenditore, emerge in questi frangenti in tutta la sua fragilità.
Per l’uomo il lavoro è occasione di conseguimento dei necessari mezzi economici di sostentamento, di manifestazione delle proprie capacità, di realizzazione di desideri. Certo non per tutti gli occupati è possibile centrare contemporaneamente questi tre obiettivi: ma a tutti deve essere data la chance di raggiungere almeno il primo. Dunque è una questione vitale a cui una società sana deve dare risposta: ridurre la disoccupazione è il primo obiettivo sociale ed economico che chiunque abbia a cuore il destino di un popolo debba porsi.
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