SCUOLA/ Tagliagambe: i licei a base di sole conoscenze affossano la ragione (e la scienza)
Silvano Tagliagambe
lunedì 12 aprile 2010
Non so quanto sia casuale il fatto che l’Osservatore Romano abbia pubblicato il 26 marzo, in concomitanza con la diffusione delle Indicazioni sugli obiettivi specifici di apprendimento dei licei, un inedito del 1917 sull’educazione di Pavel Florenskij, teologo, matematico, fisico, ingegnere elettronico, studioso di estetica e di simbologia, fatto fucilare da Stalin nel 1937. L’articolo propone una concezione del processo di insegnamento come “modo per insegnare attraverso l’evidenza e addirittura sperimentalmente un metodo di lavoro”. La lezione, dice Florenskij, deve “creare il gusto della scientificità, dare l’«innesco», il lievito dell’attività intellettuale. Non è tanto un principio nutritivo quanto essenzialmente fermentativo, cioè tale da portare la psiche dell’ascoltatore a uno stato di fermento. Questo effetto fermentante colloca la lezione all’estremo opposto dell’enciclopedia, del libro di testo, del vocabolario, il cui ruolo è esattamente quello di fornire materia per la fermentazione”.
Ci si potrebbe chiedere quanto l’impianto proposto dalle nuove Indicazioni sia in grado di promuovere questo «effetto fermentante». Quello che è certo è che esso, come hanno già rilevato Luisa Ribolzi, Tiziana Pedrizzi e Claudio Gentili, presenta una certa confusione fra conoscenza, abilità e competenza. A proposito di quest’ultima mi ha sorpreso l’osservazione di Chiosso, secondo la quale “è una nozione che può presentare dei rischi. E il primo di questi è senz’altro un eccesso di proceduralismo: che facilita il lavoro degli insegnanti, ma che rappresenta certamente una delle tante forme dell’anticultura di oggi”.
Stimo molto Giorgio Chiosso, con il quale ho condiviso l’esperienza all’interno del Gruppo di lavoro istituito nel 2001 dal ministro Moratti, ma questo suo modo di intendere le competenze come estranee a una cultura alta mi sembra eccessivamente condizionato dalla vulgata di documenti, ufficiali (purtroppo anche dell’Unione europea) e no, che le presentano, riduttivamente, come la somma di sapere e saper fare, il risultato di una sorta di spericolato «equilibrismo alchemico» ottenuto attraverso un sapiente dosaggio di conoscenze e abilità, con una «spruzzatina» di attitudini personali, sociali e metodologiche. Se riferita a questo tipo di «ricette» l’osservazione di Chiosso può essere considerata ragionevole e condivisibile.
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