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SCUOLA/ Per capire la matematica serve più guardare un panorama che far di calcolo
SCUOLA/ Per capire la matematica serve più guardare un panorama che far di calcolo
Giorgio Bolondi

martedì 27 luglio 2010

Le nuove tecnologie stanno rivoluzionando il nostro modo di apprendere e il nostro modo di insegnare. È un luogo comune, più un wishful (forse per qualcuno si tratta di un undesirous) thinking che una realtà già operante in profondità al di fuori di qualche nicchia, ma sicuramente, come molti luoghi comuni, traduce la percezione di qualcosa che sta avvenendo. Cambiano i modi in cui la conoscenza, in tutte le sue forme pratiche e teoriche, viene organizzata e talvolta sviluppata, e cambia il modo in cui il singolo viene a contatto con essa e interagisce con altri singoli e con la collettività sul terreno di queste conoscenze.

 

Una rivoluzione simile, si afferma spesso, è avvenuta poche volte nella storia: uno di questi momenti epocali sicuramente fu la diffusione della stampa; prima ancora, l’avvento della scrittura... Forse è fantastoria della cultura umana, ma si tratta sicuramente di immagini suggestive. Il rapporto tra maestro e allievo è stato modificato, non c’è dubbio, dalla possibilità di avere dei libri facilmente a disposizione; allo stesso modo, possiamo pensare che grazie alle nuove tecnologie questo rapporto stia evolvendo verso nuove forme che, forse, oggi non siamo in grado di prevedere. Dobbiamo quindi pensare che debba cambiare il senso stesso della lezione?

 

Un materiale prezioso per queste riflessioni ci viene dalla traduzione italiana di alcune pagine di Pavel Florenskij, dedicate al tema Lezione e lectio. Florenskij paragona il rapporto tra un libro di testo e un corso di lezioni “dal vivo” al rapporto che c’è tra il meccanismo e l’organismo. I primi termini rimandano a un piano, un progetto accurato e definito, in cui il fine di trasmettere viene raggiunto come esito di un lavoro ponderato di riflessione. I secondi termini, invece, evocano la vita nella sua imprevedibilità, e si caratterizzano per essere atti di creazione. La lezione, ci dice Florenskij, è un modo per insegnare attraverso l’evidenza, consapevoli che la “verità” scientifica è come il vento che non posa mai, è un processo inarrestabile. La lezione non deve insegnare questo o quel genere di fatti, ma creare il gusto della scientificità. Non è un principio nutritivo - a quello pensano i libri - ma essenzialmente fermentativo.

 

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