SCUOLA/ Israel: vi racconto il "Vietnam" che ha ucciso la riforma
lunedì 5 settembre 2011
La complicata vicenda della formazione e del reclutamento dei nuovi docenti, tema ampiamente dibattuto su questo giornale, ha visto elementi di novità dopo la conferenza stampa del ministro Gelmini lo scorso 31 agosto, quando la titolare di Viale Trastevere ha dichiarato i «numeri» dei docenti che saranno immessi in ruolo dalle graduatorie, e quelli relativi ai nuovi docenti da abilitare. Il dibattito offre l’occasione a Giorgio Israel di fare con ilsussidiario.net un punto sull’intera vicenda, e sui criteri che stanno prevalendo dopo le iniziali dichiarazioni riformatrici, nella scrittura delle «riforme» della scuola e dell’università. «La politica ha manifestato la sua debolezza di fronte a corporazioni, sindacati e tecnocrazie ministeriali, cedendo alla logica della scuola come ammortizzatore sociale» dice Israel. Il futuro? «Confesso di essere pessimista. Ci vorrebbe un’inversione totale di orientamento che non appare all’orizzonte...».
Il ministro Gelmini, nella sua conferenza stampa del 31 agosto, ha fornito una risposta ai molti dubbi - espressi da più voci anche su questo giornale - sui numeri dei nuovi docenti e di quelli da assumere sulla base delle graduatorie a esaurimento. Qual è la sua opinione in proposito?
Mi pare che il ministro abbia sciolto i dubbi nel senso di confermare puntualmente le cifre e le scelte che hanno generato le polemiche. Quindi, mi pare che nulla sia cambiato.
Il punto di vista del ministro è riconducibile alle posizioni formulate in una ormai nota lettera al Corriere del 24 luglio: ci rifiutiamo di alimentare nei giovani false speranze, diceva, perché «lo Stato non può creare artificialmente posti di lavoro che non esistono».
La dichiarazione che «lo Stato non può creare artificialmente posti di lavoro che non esistono» è coerente con l’atteggiamento del ministro fin dalla soppressione delle SSIS viste come una fabbrica di precariato e con la scelta di fissare dei tetti per le nuove lauree magistrali per la formazione degli insegnanti e per il TFA (Tirocinio Formativo Attivo), che ovviamente dovevano essere contemperati con l’esaurimento del precariato pregresso. Noto tuttavia che in una conferenza stampa di un anno fa (2 settembre 2010) il ministro sottolineava che il problema precari era immenso, che «nessun Governo è in grado di assorbirne 200 mila: prioritario è non crearne altri», ed enfatizzava l’importanza del nuovo sistema di formazione iniziale.
Davvero?
Poi si è passato a parlare di esaurimento del precariato pregresso nell’arco di 6-7 anni. Adesso si parla di immissione di tutti nell’arco di un triennio - secondo le richieste avanzate con molta durezza dai sindacati. E l’avviso a non nutrire troppe aspettative ha cambiato destinatario: i giovani. I quali sono ormai un esercito in attesa di circa 60.000 unità, ma privo di strutture organizzative che lo difenda. È evidente che se il problema del precariato viene affrontato in questi termini, i numeri per il nuovo sistema di formazione non possono che essere esigui.
La scelta politica è stata quella di privilegiare lo svuotamento delle graduatorie a discapito dei nuovi percorsi abilitanti. Che ne pensa?