SCUOLA/ Una giovane prof: abbandoniamo l’ozio e torniamo "artigiani"
Olga Sanese
sabato 28 gennaio 2012
Caro direttore,
ho letto con interesse l’intervento di G. Vittadini all’ultima Convention di Diesse, pubblicato recentemente da IlSussidiario.net, tanto da volerne sottolineare qualche punto in particolare.
Ispirata dal metodo di Coluccio Salutati, vorrei parlare dell’articolo di Vittadini iniziando, come lui, dal significato della parola “crisi”. Tuttavia non mi rifarò alla radice greca bensì a quella cinese. È significativo, infatti, che in questa lingua venga usato lo stesso ideogramma per indicare sia la parola “crisi” che il vocabolo “opportunità”. È in questi “termini”, infatti, che vorrei inquadrare la riflessione sulla figura dell’insegnante di oggi; un “artigiano” della scuola che offre una opportunità educativa essenziale a tal punto che non può permettersi di andare in crisi, come l’economia.
Infatti il docente di oggi, pur non essendo un “funzionario”, è chiamato ad esercitare un’importantissima funzione nella vita di un adolescente: essere veramente un “maestro”. Perché se un ragazzo non scopre a scuola la bellezza della vita (comprese le sue difficoltà), non sarà certo la tv ad accendergli la giornata.
E allora come ci si appassiona alla conoscenza? Risponde Vittadini: “educando al desiderio” che, “per essere vero, non deve far fuori nulla di ciò che razionalmente esiste”: la realtà. E come si appaga questo desiderio di sapere? Innanzitutto dando qualche risposta attraverso l’“esempio degli antiqui”, come direbbe Machiavelli, cioè facendo amicizia con (o, per usare termini facebookiani, “chiedendo l’amicizia a”) coloro che prima di noi si sono appassionati allo studio di ciò che ci circonda e che hanno provato a ricercare un senso. Poi, per educare il desiderio, bisogna passare, per esempio, attraverso l’humanitas, quel connotato che, facendoci essere meno “bruti”, ci invita a “seguir virtute e canoscenza”; bisogna incontrare Galileo che ha sperimentato come le leggi matematiche e fisiche non siano scritte nei libri di scuola prima che nella natura. E si potrebbe andare avanti all’infinito nel citare tutte le esperienze che la storia dell’umanità ha fatto per farci ritrovare ora davanti ad un pc.
Ad ogni modo concordo con Vittadini anche quando dice che l’insegnante deve “guardare al fine” (direbbe Machiavelli) quando spiega, pur partendo da quel “particulare” che tanto piaceva a Guicciardini.
Ma se la scuola deve stimolare domande e dare qualche risposta (e fare qualche proposta) “non può essere onnicomprensiva” né deve organizzare il tempo libero dei ragazzi “attraverso attività di ogni sorta. Organizzare la vita a un ragazzo significa soffocarlo” e soprattutto non lo “sfida, perché non crede nella (loro) libertà”. E si può dire di più: nel tempo libero i ragazzi trovano la loro vocazione. Infatti è proprio disponendo di “vacanze” (nel senso latino del termine) che i giovanissimi, usando la libertà in attività che corrispondono alla loro personalità, scoprono cosa vogliono fare da grandi.