INCHIESTA/ Le tre regole d'oro per giudicare Fastweb
Zaccheo
mercoledì 3 marzo 2010
Pericolo di fuga, possibilità di inquinare le prove, rischio di reiterazione del reato: sono queste le tre condizioni alle quali gli italiani si sono abituati a pensare - sin dagli anni d’oro della prima Tangentopoli - che fosse condizionata la carcerazione preventiva chiesta dai pm e concessa dai Gip per gli imputati delle inchieste in cui si indaga su reati non di sangue, non da corte d’assise insomma.
Ebbene, Silvio Scaglia - per simpatico (a pochi) o antipatico (ai tanti che non gli perdonano il successo e gli 800 milioni di euro guadagnati vendendo la sua quota in Fastweb) che sia - era uscito da Fastweb nel 2007, e quindi certo non vi poteva reiterare alcun reato; era stato interrogato la prima (e unica) volta in quest’inchiesta che oggi lo vede recluso a Rebibbia nel febbraio del 2007, tre anni fa, e da allora, con tutto quel ben di Dio di denaro in banca, avrebbe potuto pagare qualunque cifra per comprare il silenzio di qualunque testimone, o la distruzione di qualunque documento.
E infine, quando l’ha raggiunto il mandato di cattura non aveva alcun bisogno di fuggire perché era già lontanissimo dall’Italia, era alle Antille, e invece si è precipitato a tornare per farsi arrestare e poter riparlare con gli inquirenti. Non gli sarebbero certo mancati i soldi per rifugiarsi, che so, in Brasile, un bel Paese da dove non ci estradano un pluriomicida confesso come Cesare Battista, figuriamoci se ci avrebbero mai estradato un sospetto truffatore fiscale laureato in ingegneria…
Ma allora, se quelle tre “regole d’oro” dell’arresto non sussistevano, perché arrestarlo? Perché tenerlo una settimana in isolamento, se non per tornare al vecchio andazzo della carcerazione-estorsiva, del “gabbio” come tortura psicologica che induce i più deboli (non necessariamente i veri colpevoli!) a parlare, se non altro per farsi trattare poi meglio dai pm? Infatti, siamo alle solite.
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