ECONOMIA/ Il private equity: un agente di sviluppo?
Riccardo Gotti Tedeschi
venerdì 18 dicembre 2009
Nonostante la crisi ancora in corso abbia ridimensionato e limitato il ruolo del private equity nel tessuto economico italiano, non si può trascurare il fatto che il contesto produttivo sia caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese che necessitano di un apporto di capitali non solo nell'ottica di potersi affacciare sui mercati internazionali, quanto piuttosto al fine di conseguire progetti di crescita tesi al raggiungimento di una maggiore competitività.
A fini di chiarezza, il private equity riguarda l'acquisizione di partecipazioni azionarie in imprese non quotate, che abbiano un potenziale di sviluppo tale da consentire l'ottenimento di un plusvalore sulla successiva vendita della partecipazione, la quale viene mediamente detenuta per un periodo che va da 3 a 7 anni.
Detto strumento, caratterizzato da apporto non solo di capitale di rischio, ma anche di know-how, si è distinto nel corso degli anni per una profonda evoluzione strutturale sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
L'impatto che il private equity ha avuto sul tessuto industriale del Sud differisce fortemente rispetto ad altre aree del Paese, dimostrandosi frenato da alcuni fattori fisiologici alla realtà meridionale; urge pertanto una prima visione d'insieme sulla realtà nazionale, al fine di comprendere meglio le specificità della realtà meridionale e gli effetti, più potenziali che reali, che il private equity è in grado di produrre.
Il dato che va immediatamente colto, ad una prima analisi sulla realtà italiana, è la assoluta disomogeneità con cui si presenta l'attività di private equity, producendo in tal modo risultati diversi sui diversi sistemi imprenditoriali regionali di riferimento. Se infatti è vero che il private equity genera effetti benefici sulle imprese target, aumentandone la competitività, la crescita dimensionale e reddituale, oltre che la cd. internazionalizzazione (con una larga propensione all'export, ad esempio), va anche ravvisato che una difforme distribuzione dell'attività di investimento sul territorio italiano può - prescindendo dalle cause - creare una distorsione tra le opportunità al servizio delle imprese, e conseguentemente tra i tassi di crescita delle stesse imprese.
La considerazione di partenza della presente analisi può pertanto sintetizzarsi in un impatto certamente benefico del private equity, i cui effetti tuttavia – con leggere differenze tra buy out e venture capital – si riflettono in maniera diversificata e non sempre omogenea da regione a regione.
Circa l'operatività e la diffusione del private equity in Italia, il dato incontestabile sul quale soffermarsi è la maggiore attenzione degli operatori verso le aziende situate nel Nord del paese.
In particolare è possibile evidenziare come il focus dei fondi di private equity sia concentrato principalmente al Nord, attraverso i dati divulgati annualmente dall'Associazione Italiana di private equity e venture capital (AIFI) che hanno rivelato non solo delle differenze sostanziali circa il numero di deals conclusi in Italia a seconda delle diverse regioni, ma hanno anche sottolineato determinate differenze circa la tipologia di operazioni poste in essere.
Il dato che ne emerge, relativo al periodo 2000-2005, è schiacciante: il Nord-Italia ha attirato quasi il 90% degli investimenti in ammontare (di cui un picco del 97% nel 2003) e poco meno dell'80% in numero sul totale italiano1. Un ulteriore livello di analisi può essere rappresentato dal confronto tra le dimensioni dei mercati regionali e le caratteristiche del tessuto produttivo sottostante: in tal senso è interessante leggere i dati dell'Aifi di cui sopra in sovrapposizione a quelli di una ricerca realizzata dall'Ufficio Studi di Mediobanca e Unioncamere concernente le "medie imprese industriali italiane".
Con specifica attenzione alle imprese di medie dimensioni, è stato calcolato il rapporto tra il numero di aziende oggetto di investimenti da parte di fondi di private equity ed il numero di realtà aziendali complessivamente presenti sul territorio di riferimento, in modo da rinvenire un quanto meno parziale indice di penetrazione del capitale di rischio nelle differenti macro-aree del territorio italiano.
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