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SCUOLA/ Paritarie: la dote secondo Rai 3
SCUOLA/ Paritarie: la dote secondo Rai 3
Associazione CdO Opere Educative

mercoledì 24 febbraio 2010

Dopo la trasmissione di RAI 3 sulla scuola, abbiamo assistito - e partecipato - ad un serrato dibattito, che ha toccato diversi aspetti della questione parità. Abbiamo notato ancora una volta, con amarezza, che i toni si inaspriscono immediatamente quando si entra nel merito del diritto ad un equo trattamento per le scuole non statali ed anche per le famiglie che le scelgono, facilmente arrivando all’insulto da parte di chi è contrario.

Particolarmente acidi, poi, sono stati i commenti nei confronti della Dote scuola lombarda, “sapientemente” presentata dalla trasmissione come “il top” dell’iniquità. Questo risultato è stato ottenuto creando confusione - non sappiamo se ad arte o per manifesta ignoranza - fra competenze regionali e nazionali sull’istruzione, e conseguentemente fra i relativi finanziamenti; inoltre, attraverso un approccio superficiale e ideologico, non è stato presentato l’argomento nei suoi termini completi e corretti, producendo in tal modo una visione distorta e assolutamente parziale della questione.

Desideriamo, pertanto, provare a fare un po’ di ordine, mettendo in evidenza alcuni particolari non irrilevanti, taciuti invece durante la trasmissione.

Innanzitutto, occorre tenere presente che la Dote rientra fra le competenze regionali sull’istruzione (le Regioni non possono intervenire sui finanziamenti statali) ed è stata pensata per sostituire e ampliare quelle misere provvidenze, molto simili a “carità pelosa”, che in quasi tutte le altre regioni si trovano sotto la voce del “Diritto allo studio” e prevedono minuscoli assegni per famiglie con ISEE - in genere - fino a 10.633 euro, che significa avere un reddito davvero al limite della sussistenza.

Dopo una breve parentesi “felice”, a seguito della legge 62/2000 e al correlato DPCM[1] 14 febbraio 2001 n° 106 (finanziamento statale alle Regioni per l’erogazione di borse di studio), in cui diverse regioni avevano introdotto il Buono Scuola per rimborsare alle famiglie, almeno in parte, i costi sostenuti a causa delle rette per l’iscrizione e la frequenza dei figli in scuole paritarie, si è rapidamente tornati quasi ovunque (ad eccezione di pochissimi esempi “virtuosi”) alla situazione attuale. Ora, infatti, il buono scuola è stato eliminato e l’assegno di studio -che va da un minimo di qualche decina ad un massimo di poche centinaia di euro- riguarda indistintamente gli studenti di scuole statali e di scuole paritarie, senza assolutamente tenere conto di un fatto assolutamente decisivo e, questo sì, discriminatorio: le famiglie che - come previsto dalla nostra Costituzione - esercitano la libertà di scelta educativa e iscrivono i propri figli alle scuole paritarie, pagano due volte il diritto all’istruzione (nelle tasse e con le rette scolastiche) e ricevono, al massimo, poche centinaia di euro, ma  - attenzione - solo se sono al limite della sussistenza.

 
 


[1] La Legge 10/3/2000, n° 62, recante ”Norme per la parità scolastica e sul diritto allo studio e all’istruzione” prevede l’erogazione alle famiglie degli alunni delle scuole statali e paritarie (elementari, medie inferiori e medie superiori), che versano in condizioni di maggiore svantaggio economico, di borse di studio a sostegno delle spese sostenute per l’istruzione dei propri figli.

Con D.P.C.M. 14/2/2001, n° 106, pubblicato nella G.U. del 10/4/2001, sono stati dettati i principi e le norme attuative, nell’ambito dei quali le Regioni, a loro volta, devono definire le modalità operative applicabili nell’ambito territoriale di pertinenza per l’accesso concreto al beneficio.

Ai sensi del medesimo provvedimento viene adottato annualmente il piano di riparto tra le Regioni e le Province Autonome.

 

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