CAPODANNO/ Quei cenoni da dopoguerra
Paolo Massobrio
giovedì 31 dicembre 2009
Ed è una continua macedonia di involtini di asparagi (ma non crescono ad aprile?) o di fragole messe in tutti i modi (quelle che da noi arrivano a maggio). Ma la quantità fa rima con stupidità, perché non lascia spazio al gusto delle cose in quanto tale. E nei menù guai a citare un’insalata fresca (non porta soldi), mentre sarà sempre più difficile trovare un ristorante che cucina “alla carta”, permettendo a chi si reca a mangiare fuori di chiedere ciò che gli serve per non vivere un disagio. Un consiglio per Capodanno? Un piatto di sostanza e tutto il resto in tavola, affinché ognuno si serva di ciò che desidera, senza quelle maratone noiose e prive di senso. Piuttosto si ricominci a cantare a giocare, ad ascoltare insieme qualcosa che sia bello. E poi a mezzanotte, il botto non sia la violenza su uno spumante, ma si apra la migliore bottiglia che si ha in cantina. Abbiano bisogno di segni di affetto ben diversi dall'omologazione e dalla quantità, abbiano bisogno di tornare a usare cibo come comunicazione, non come ostentazione di uno status, piuttosto omologato. Il cenone è servito.