NICK CAVE/ "Skeleton Tree": nell'era delle Kardashian e dei selfie, "Jesus alone"

Fausto Leali

Addentrarsi nel nuovo disco di Nick Cave è operazioen che richiede pudore, rispetto e profonda attenzione. Quello che ne emerge non è così scontato. di FAUSTO LEALI

Pubblicazione: lunedì 19 settembre 2016 - Ultimo aggiornamento: lunedì 19 settembre 2016, 15.00

"Sarebbe bello poter leggere il diario di Nick Cave; scorrerlo e conoscere tutti i particolari di una personalità così attiva e creativa, per scoprire il significato dei testi, incrociare le proprie impressioni con la sua realtà interiore e col suo stile, libero da schemi precostituiti”.

Le prime righe della pagina iniziale del sito italiano dedicato all’autore australiano non potrebbero essere più chiare di così. Sarebbe bello, davvero. Possedere la chiave d’accesso al suo universo, scavare giù nel profondo del suo cuore, senza, per questo, esercitare alcun tipo di violenza: solo per affinità elettiva, per trovare quel terreno comune dove sono seminati i sogni, le aspirazioni, le gioie e i malesseri che ci accomunano tutti. E’ ovvio che non possa essere così. E che non debba essere questo il percorso da compiere, cercare la soluzione preconfezionata, la guida all’ascolto che ci dica in quale direzione andare e quale possa essere il risultato finale della nostra ricerca. 

Il primo livello di lettura di Skeleton Tree, il nuovo album di Nick Cave, dovrebbe allora cercare innanzitutto di non scalfire solo la superficie, evitando il ricorso a facili quanto rischiose semplificazioni. Dire, ad esempio, che questo è un disco che gira intorno alla tragica perdita di Arthur, il quindicenne figlio di Cave morto nel luglio dello scorso anno, dopo essere caduto a precipizio dalle scogliere nei pressi di Brighton. 

O affermare che Nick, per l’ennesima volta, narra di morte e di dolore come solo lui sa fare, romantico e tormentato come uno scrittore dell’ottocento, cose, peraltro, corrette e risapute. “Sono ormai passati vent’anni – diceva Nick ancora nel 1999 – da che scrivo canzoni, e ancora ho dentro quel vuoto, ancora persiste quella inspiegabile tristezza, il duende, la saudade, l’insoddisfazione divina”. E gli anni trascorsi, adesso, sono quasi quaranta.

Un secondo livello di lettura, invece, è quello che, in fondo, dovrebbe essere il primo. Prendere il dischetto, toglierlo da quella copertina nera che riporta solo i titoli delle otto canzoni – in quel carattere verde così simile allo schermo di un computer IBM d’altri tempi – e metterlo nel lettore cd, per ascoltare ciò che ne possa venir fuori. 

Salvo scoprire subito, come primo indizio di una ricerca personale sempre interessante, che su quella copertina, oscura anche lei, un raggio di luce inatteso, in realtà, lo si trova stampigliato bene in alto. Una strofa di Distant Sky, uno dei brani migliori dell’album, arricchito dalla splendida voce femminile di Else Torp: “Andiamo adesso, mio caro compagno / Partiamo per cieli lontani / Guarda il sole, il sole che sorge / Guardalo sorgere nei tuoi occhi”. 

I testi di Cave, mai semplici parole, ma pura poesia. Eppure, quando parte la prima traccia - Jesus Alone - la cosa che colpisce non sono i versi, ma la musica e poiché è con questo – musica, appunto - che abbiamo a che fare, non è strano che esse possano passare per un attimo in secondo piano, anche se l’unica foto della scarna custodia del disco, un Cave ritratto mentre usa il pianoforte come fosse uno scrittoio, ci rimanda ancora al contenuto di quelle canzoni.

NICK CAVE/ 'Skeleton Tree': nell'era delle Kardashian e dei selfie, 'Jesus alone'