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FUTURISMO/ Il suono delle città, Luigi Russolo e gli "intonarumori"
FUTURISMO/ Il suono delle città, Luigi Russolo e gli "intonarumori"
Enrico Raggi

mercoledì 13 gennaio 2010

Fanno un po’ di tenerezza quei due signori distinti, addossati alle pareti, quasi sommersi dalle loro appariscenti invenzioni, a metà strada fra bacinella, imbuto gigantesco, inquietante nasuto pacco regalo. Cosa sono quegli strani oggetti? Li diresti fatti di cartone, latta, compensato e colla, resti di magazzino di filodrammatica paesana, se non fosse per le mattonelle esagonali, i fili della luce volanti, i lampadari da opificio minuscolo, un tavolino con alcuni attrezzi, lima, seghetto, cacciavite. Dove siamo finiti? L’espressione dei due è seria, del tipo “ce l’abbiamo fatta”; ma pure leggermente assorta, come il cacciatore di leoni di fronte al corpo della belva ammazzata, tanto inseguita che alla fine ti ci affezioni. Mancano solo le etichette sulle scatole: ululatori, rimbombatori, ronzatori, sibilatori, e via dicendo.

La benzina ha preso fuoco. Il futurismo è definitivamente esploso. Il furore del nuovo eccita gli animi. Francesco Balilla Pratella (ottobre 1910) ha firmato il Manifesto dei musicisti futuristi, nel quale si propone di restituirci “l’anima musicale delle folle, dei grandi cantieri, dei treni, dei transatlantici, delle corazzate, delle automobili, degli aeroplani”.
Luigi Russolo, al tale scopo, ha costruito dei sonorissimi marchingegni e li ha battezzati “intonarumori”.
“Oggi il Rumore trionfa e domina sovrano”, sintetizza deciso. Ci scrive perfino un libretto/trattato, L’arte dei rumori, datato 1913, “Lire 2”. L’intuizione è semplice. La vita è piena di suono e la città pullula di vita. Passiamo per le sue vie. Osserviamola attentamente. Aguzziamo l’udito. Raccogliamo le sue sonorità, dalle più moleste (molto bene: le sentiremo meglio), a quelle meno percettibili. Riproduciamo artificialmente ciò che abbiamo scoperto, intoniamolo, organizziamolo. Lasciate ogni paura, o voi ch’ascoltate. Nessuno tema i decibel eccessivi. Cambiamo segno al rumore-fastidio-disordine: tramutiamolo in suono-piacere-bellezza.

Rombi di aereo, ticchettii, colpi di maglio, frastuono di fabbrica fonderia officina, sirene, motori, valgono più delle decrepite vecchie insulse note. Gli strumenti tradizionali? Roba sorpassata, scaduta. Merce avariata, che già manda cattivo odore. Le nuove “composizioni” spalancano visioni inaudite: fischi, scoppi, gorgoglii, schianti, scrosci. Se siete in vena, aggiungete gemiti risate rantoli risucchi pernacchie colpi di tosse miagolii ceffoni. Chi più ne ha, più ne metta. Mescolate. Sbattete la bottiglia fino a che il tappo salti. Bando al risparmio. Gli intonarumori creeranno per voi appositamente miracolosi effetti speciali. Vènghino, vènghino. “Una nuova voluttà acustica mi eccita”, recitano i musicofuturisti. Punizioni corporali a denigratori, avversari, tiepidi, debosciati, anime molli.

La prima esecuzione pubblica, 21 aprile 1914, Teatro Dal Verme di Milano, è trionfale. Insulti, lancio di oggetti, sputi calci sberle, scazzottate furibonde, tra opposte fazioni. Spuntano bastoni. Facce insanguinate. Russolo, imperterrito, statuario, sacerdotale, dirige la sua “orchestra”. Ha cose più importanti da fare che ascoltare quanto avviene alle sue spalle. Sta inoltrandosi in un territorio sconosciuto. Avanza a colpi di dinamite. Officia. I suoi ventitre musicisti girano manovelle, abbassano leve, impugnano tubi, pallidi come durante una battaglia, sudati che nemmeno trasportassero un pianoforte. Altri rumori li fa il pubblico, che urla e schiamazza forsennato. In rari casi, si segnalano colpi di pistola (probabilmente a salve) sparati in aria durante l’esecuzione, per tacitare un uditorio troppo rumoreggiante. Ma il casino non era voluttà? Perché godersi in religioso silenzio il delizioso crepitio di quegli scatoloni sonori?


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